Due settimane senza scrivere.
Che per una newsletter che vorrebbe avere una sua dignità editoriale non sono poche, ma mi scuserete spero, perché tra viaggi, vacanze di Natale e soprattutto una certa indecisione su come strutturare questo spazio per quest’anno, a un certo punto ho semplicemente smesso di forzare la cosa. E va bene così, ogni tanto. Scrivere controvoglia si sente subito, e non ho nessuna intenzione di trasformare Tentacoli in una di quelle cose che esistono solo perché “devono uscire”.
A proposito, in fondo a questa pagina trovate un sondaggio che richiede tipo 30 secondi della vostra vita, sarebbe molto figo se lo compilaste, così riesco anche io a capire se questi contenuti vi piacciono davvero o se state solo annuendo per educazione. Anzi vi lascio il link pure qui, così lo sforzo è minimo e la coscienza a posto: fai questo benedetto sondaggiooooo.
Detto questo, tra le varie cose su cui ho rimuginato in queste settimane, mi sono accorto che nella rubrica Bivi do spesso per scontato come funzioni davvero il lavoro in un’azienda, come se certe dinamiche fossero ovvie per tutti, quando in realtà non lo sono affatto. E dato che, volente o nolente, di esperienza in questo mondo “fatato” ne ho accumulata un po’, forse ha senso ogni tanto fermarsi e fare uno spiegone, ma non nel senso didattico del termine, più nel senso di dire le cose come stanno, senza infiocchettarle troppo.
Tipo stavolta.
Di ruoli ne ho fatti diversi in questi anni, e se devo dire quello che ho imparato davvero sui “ruoli”, allora dico queste due cose qui sotto.
La prima, è che il ruolo è quasi sempre solo un’etichetta, una parola che serve principalmente a chiarire agli altri, in modo rapido e indolore, cosa fai durante il giorno. Poi certo, esistono anche ruoli supercazzola creati ad hoc per non licenziare persone o per dare un senso a riorganizzazioni confuse, ruoli dai quali non si capisce minimamente cosa una persona faccia davvero, ma in linea di massima, se sei un project manager, la gente sa che sarai quello che manda email che iniziano con “spero che tu stia bene” e finiscono con una deadline, se sei un data analyst sa che sei il nerd dei numeri a cui chiedere conto quando le vendite vanno male, e se sei un designer sei quello che “ha senso estetico”. La seconda cosa, ancora più importante, è che nel 99% dei casi il ruolo con cui sei etichettato non chiarisce nemmeno il 20% di quello che fai davvero.
In pratica, i ruoli, o titoli chiamateli come volete, funzionano come una sorta di scorciatoia narrativa. Servono a raccontare una storia semplice agli altri, e non a descrivere la complessità delle tue giornate. Ed è per questo che oggi ho deciso di prendere tre ruoli con cui ho il piacere, o forse la sventura, di lavorare ogni giorno: Strategist, Project Manager e Designer. Perché sono parole che fanno la loro figura nella firma email, nei deck di presentazione e nelle bio di Instagram per chi ancora le mette (sta diventando cringe, ve lo dico), ma che quando ti siedi davvero con queste persone, iniziano a sbriciolarsi piuttosto in fretta.
C’è una facciata che tutti impariamo a costruire, più o meno consapevolmente, nella vita reale ma ancor più nel lavoro, che diventa quasi una seconda pelle. Non è necessariamente una bugia, ma direi piuttosto un adattamento. Serve per stare dentro al gioco, per essere leggibili, per non dover spiegare ogni volta chi sei, cosa fai, perché sei lì, quale valore porti.
Il problema però nasce quando quella facciata smette di essere uno strumento e diventa…un’identità, quando inizi a pensarti attraverso il ruolo invece che a usarlo come una lente temporanea, utile finché serve.
Ed è lì che succede una cosa curiosa, che chi lavora in azienda riconoscerà subito. Tre persone con tre ruoli diversi finiscono a fare, in fondo, la stessa cosa: interpretare. Interpretare aspettative, contesti, silenzi, dinamiche di potere, umori della stanza, frasi dette a metà, decisioni rimandate. Il lavoro vero, quello che occupa le energie mentali, non sta quasi mai nella job description.
Partiamo dallo strategist. Questa persona, nella maggior parte dei casi, non passa le giornate a “pensare in grande” come raccontano le job description, ma a prendere decisioni confuse, parziali, spesso già orientate da mille vincoli invisibili, e a renderle presentabili, coerenti, raccontabili. Più che disegnare il futuro, lavora per dare una forma sensata a qualcosa che non lo è ancora, o che forse non lo sarà mai del tutto. Traduce incertezze in struttura, dubbi in slide ordinate, compromessi in narrative che suonano inevitabili. È un lavoro di traduzione continua, più che di visione pura. Certo, a meno che tu non sia Elon Musk o Steve Jobs.
Il Project Manager, invece, che sulla carta dovrebbe guidare il processo, nella realtà diventa una sorta di parafulmine. Assorbe ansia, ritardi, aspettative irrealistiche, tensioni tra team che non si parlano abbastanza o che si parlano troppo. Tiene insieme pezzi che non sono stati pensati per stare insieme, cerca di dare una sequenza logica a decisioni prese in ordine sparso, ricorda a tutti che il tempo passa anche quando nessuno vuole guardare l’orologio. Più che far andare le cose lisce, il suo lavoro è evitare che esplodano, e far sì che, a fine corsa, qualcuno possa dire che in qualche modo si è arrivati da qualche parte.
Il Designer, dal canto suo, scopre abbastanza presto che il design non è mai solo forma, ma una negoziazione continua. Tra ciò che sarebbe la sua vena artistica e ciò che è politicamente possibile fare, tra ciò che avrebbe senso e ciò che non spaventa troppo nessuno, tra qualità e velocità, tra visione e consenso. Disegnare diventa un modo elegante per parlare di compromessi, per rendere digeribili decisioni che hanno già perso qualcosa lungo la strada, per vestire bene scelte che nascono inconsistenti.
E più vai avanti, più ti rendi conto che il lavoro vero non è tanto nel contenuto dei ruoli, quanto nello stare dentro l’incertezza che quei ruoli cercano di mascherare. I titoli servono a farci sentire meno esposti, a dare un nome a qualcosa che altrimenti sarebbe difficile da spiegare, ma non raccontano la parte più faticosa, quella in cui devi continuamente adattarti, tradurti, rispiegarti, cambiare postura a seconda di chi hai davanti, fare micro-aggiustamenti continui per restare leggibile e rilevante.
E questa è un pò la macchina aziendale, quel frullatore che ad alcuni prima o poi stanca, più o meno in fretta.
Il bivio arriva proprio lì, in quel momento sottile in cui inizi a confondere la facciata con te stesso, in cui non fai più lo strategist o il PM o il designer, ma inizi a “esserlo”, come se quel ruolo potesse contenere tutto quello che sei, tutto quello che sai fare, tutto quello che potresti diventare. È lì che le cose iniziano a scricchiolare, perché nessun titolo è abbastanza largo da tenere dentro una persona intera.
Ed è per questo che non è strano sentirsi a volte fuori posto anche quando, sulla carta, tutto torna. Non è incoerenza, non è ingratitudine, non è confusione. È il momento in cui capisci che stai vivendo dentro una definizione comoda, funzionale, ma non completamente vera, e che forse il disagio non nasce dal lavoro in sé, ma dal fatto che stai chiedendo a un’etichetta di fare un lavoro che non le spetta, ovvero quello di dirti chi sei.
Il vero bivio, alla fine, non è scegliere tra strategist, PM o designer, ma decidere se continuare a usare i ruoli come rassicuranti facciate o iniziare a trattarli per quello che sono davvero, ovvero strumenti temporanei per attraversare problemi, contesti, fasi della vita. Perché i titoli cambiano, le organizzazioni si ristrutturano, le slide si aggiornano, ma tu resti lì, con la stessa domanda che torna, magari più silenziosa ma più insistente: chi sono io realmente?
E quando inizi a fartela sul serio, quella domanda, di solito non porta subito risposte. Porta spazio. Ed è da quello spazio, quasi sempre, che partono le scelte che contano.