Massì dai, partiamo dal mesolitico proprio.

Partiamo da quella domanda che ci fanno fin da piccoli: “Che vuoi fare da grande?”

Beh, forse a te, boomer, che sei stato così fortunato da nascere in un periodo di ricchezza assoluta, di cui hai potuto godere appieno e comprare una casa con due mensilità di stipendio, questa domanda suona normale.

Ma non suona affatto normale a noi, di un’altra generazione, che non ci facciamo definire dalla nostra professione, cadendo nella retorica, o forse meglio dire nella trappola, del lavoro come identità, secondo la quale esso deve occupare il 90% del nostro tempo. E senza neanche la speranza (o l’illusione) che questo ci faccia sentire meglio rispetto a lavorare meno e passare il resto del tempo con la nostra famiglia o a coltivare interessi vitali per la salute mentale.

Ecco, ho voluto partire da questa domanda rispondendo, come avete visto, senza frustrazione alcuna, solo per dire che noi siamo cresciuti in questo modo qua. E non mi riferisco solo alla retorica della super performance tossica che ci ha segnato e che, in certi Paesi (tipo l’Italia, tanto per dirne uno), ancora ci segna. Proprio lì, dove lavorare, lavorare, lavorare sembra equivalere a sentirsi ripetere: sei un figo, sei un figo, sei un figo.

E per carità, non arrivo neanche a nominare Paesi che ci hanno costruito sopra un’intera narrativa, come il Giappone, dove la foresta dei suicidi è piena di giovani impiccati che non hanno retto alle pressioni di una società che ti spreme (e che ci riesce pure) fin dalle prime ore di vita. “Che bel bambino, ha delle mani così piccole, farà sicuramente il tessitore di tappeti a 2 euro al giorno per una multinazionale americana, senza possibilità di uscire da quell’orrendo circolo vizioso fatto di sfruttamento e miseria!”

Ma neanche voglio arrivare lì, anche perché oggi non è giornata di polemica…

Quello che voglio dire è che abbiamo sviluppato questa assurda voglia irrefrenabile di dare sempre risposte, invece di farci le domande giuste.

Ci avete mai pensato?

Già a sei anni siamo lì a inventarci che vogliamo fare l’astronauta, quando fino al giorno prima non saremmo usciti nemmeno da sotto la gonna di nostra madre per affrontare il mondo. Ma davanti a zia Marietta dobbiamo convincerla che studieremo, ci impegneremo e andremo sulla Luna. O magari su Giove, che ne sai.

Quella domanda è tossica già di base, perché ci spinge a dare una risposta rassicurante agli “adulti”. E da lì cresciamo convinti che sia fondamentale avere sempre una risposta pronta. Così a scuola, all’università, nei colloqui, nella vita di tutti i giorni non ci concediamo mai il lusso di stare zitti, ascoltare, riflettere, e farci le domande giuste. No: preferiamo mostrare sicurezza, convinti che sembrare con un piano pronto ci faccia entrare dritti dritti nell’Olimpo dei determinati e ambiziosi.

Ma siamo sicuri che quel piano fosse nostro?
Io, quando ho iniziato gli studi, non mi sono nemmeno chiesto: “Ma questa roba mi piace davvero?”. O forse me lo sono chiesto per cinque minuti. Tutto il resto è stato un copia-incolla di frasi sentite e risentite, assorbite a casa, che mi hanno trasformato in un robottino programmato per soddisfare le aspettative della mia famiglia.

Me lo ricordo ancora mio padre, quando avevo 14-15 anni: “Beh, tu potrai studiare questo, così diventi questo. Se non va, magari ti specializzi in quest’altro. E se non funziona, puoi fare così…”

A ripensarci oggi, è fuori di testa. Ma almeno chiedermi che ne pensassi? Sai, avrebbe aiutato.

Ecco, ma dove voglio arrivare?

Fortunatamente, come racconto anche nella mia storia, le cose sono andate diversamente. A un certo punto, anzi pure troppo tardi, ma si sa che anche sbagliare fa parte del percorso, ho avuto l’istinto di sopravvivenza che mi ha preso per le orecchie e mi ha detto: “Tu da qua adesso te ne vai”. E così ho cambiato per sempre, non solo il livello di rancore che mio padre avrebbe provato a vita per me, ma soprattutto il mio destino, che oggi rivendico con orgoglio.

Quindi sì: questa cosa delle risposte confezionate è, come la corazzata Potëmkin di Fantozzi, una cagata pazzesca.

Nei percorsi non lineari, e non solo di carriera, ma di vita, vince chi riesce a spezzare la gabbia psicologica dell’accondiscendere gli altri e finalmente scegliere qualcosa per sé. Qualcosa che piace, che viene naturale, che non costa ogni giorno sangue e sacrificio.

L’introspezione, quella sconosciuta, è un muscolo che non alleniamo mai. Riempiamo i vuoti con scroll compulsivi su TikTok o con i video degli indiani che costruiscono ville tropicali a mani nude (se anche tu sei uno di quelli, ti voglio bene fratello). Ma alla fine non ci fermiamo mai a chiederci davvero: “Che cosa voglio?”.

E invece dovremmo. Dovremmo allenarci a farci domande migliori, anziché dare risposte sbagliate.
Non “Che titolo di studio mi conviene avere?” ma “Che cosa voglio imparare davvero?”.
Non “Qual è il lavoro più sicuro?” ma “Che tipo di rischio sono disposto a prendermi?”.
Non “Cosa i miei genitori si aspettano che io faccia?” ma “Qual è il mio sogno?”.

Non avere la risposta pronta dovrebbe andare più di moda: dovremmo trasformarlo in forza, non in debolezza.

E sapete cosa piace più di una risposta pronta? Uno che sa spiegare perché non l’ha avuta subito. Uno che sa mostrare il ragionamento dietro all’indecisione, la curiosità che la muove, la vulnerabilità che la rende vera.

Ecco perché sono convinto che se la tua storia è piena di curve, meglio così. Vuol dire che non hai mai smesso di ascoltarti.

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