Da ormai cinque anni a questa parte ho preso un’abitudine, a dicembre, ma magari pure già a novembre se non ho molto da fare, di scrivere quelli che non voglio chiamare “obiettivi” per l’anno successivo. Direi più “cose che vorrei fare”.

E mi ha aiutato tanto questa cosa, soprattutto in passato. Per esempio, mi ha aiutato a scrivere per la prima volta nero su bianco “vorrei andare a vivere all’estero”, quando davvero lo volevo. Proprio quando ero spinto da quel sentimento di rivalsa misto a rassegnazione per l’Italia, che mi ha distrutto mentalmente talmente tanto da farmi maturare, piano piano e inesorabilmente, il più completo pessimismo per il nostro Paese. E quindi, scrivendolo, di fatto mi sono forzato a fare anche dei piccoli step giornalieri, tipo rivedere il CV e magari inviarlo pure, dimenticando per sempre quel template Europass che mi avrebbe al massimo potuto far ambire a un posto come impiegato delle poste.

Dicembre è quindi, non solo per me ma per molti, il mese in cui ci diciamo “basta, dal prossimo anno devo assolutamente iniziare a fare…”, oppure “devo partire con…”, o ancora “devo trovare il tempo per…”. E addirittura compriamo anche un’agenda, simbolo della nostra presunta rinascita. Saremo persone diverse, ci diciamo a dicembre: “Fai soltanto passare le feste con la famiglia e poi vedrai che risultati sorprendenti raggiungerò quest’anno”.

E se ci pensiamo, non riguarda solo le persone, riguarda pure le aziende.
Infatti, nell’ultimo quarter dell’anno, si sprecano gli obiettivi, i target e i numeri da raggiungere per l’anno successivo. Anche loro ci tengono a far sapere che faranno di più, si sforzeranno di più, costruiranno di più e venderanno di più.

Io, onestamente, ogni volta che sento dire “nuovi obiettivi” ho una reazione fisica: un misto tra l’orticaria e la voglia di buttarmi nel camino. Perché, diciamocelo, questa ossessione di fare piani non ha niente a che vedere con la vita. È più simile a una malattia autoimmune del cervello, attacchi d’ansia cronici mascherati da “chiarezza mentale”. Ed ecco che a Natale, una volta, si chiedeva un pigiama, oggi si chiede un eco-retreat digital detox in Sri Lanka.

“La vita è ciò che ti accade mentre fai piani”, diceva un detto. In realtà non so neanche chi l’abbia detto, ma per quest’anno ho deciso convenzionalmente di adottarlo come state of mind, proprio per evitare di fare piani.

Fare piani, in realtà, è il modo più sofisticato che abbiamo inventato per non fare mai davvero nulla. Quanto ci piace scrivere, organizzare, pianificare! Ci piace proprio l’idea del controllo, la sensazione che tutto sia incasellato. E come dicono i ThePills (parafrasati), “che poi alla fine non frega più un cazzo a nessuno di raggiungere gli obiettivi, quanto piuttosto per l’eventualità di raggiungerli”.

Infatti intanto scriviamo il piano, che già di per sé ci fa stare al sicuro: è il momento in cui non abbiamo ancora sbagliato niente, non abbiamo ancora fallito e soprattutto non dobbiamo ancora agire. È procrastinazione, solo scritta un po’ più carina.

E mentre il mio abbonamento in palestra continua ad autoalimentarsi da mesi senza mai essere sfruttato, mi convinco che farò finalmente quella masterclass, quel corso super formalizzante che mi aiuterà a fare una carriera migliore, oppure quella certificazione che potrò finalmente annunciare su LinkedIn con il post “I’m thrilled to announce…”.

E invece mi ritrovo a guardare video di Francesco Oggiano sul perché crediamo ai complotti

E quindi no, per quest’anno non c’ho voglia di fare piani. Anzi, l’unico piano che voglio avere è non avere piani. Voglio proprio fare spazio.

Fare spazio però mi dà l’idea che, forse, sia ancora più difficile.
Perlomeno se non lo intendi come tecnica zen, tipo minimalismo da influencer che vive a Bali con tre magliette di iuta e un MacBook Pro. Se “fare spazio” lo intendiamo come un gesto di ribellione, allora significherebbe prima di tutto affrontarsi. Ma non per cavarne qualcosa dal buco, per carità, ma per togliere roba dalla testa, smettere di riempirsela di merda, di aspettative, di quello che gli altri vorrebbero noi facessimo. Per dire basta ad avere la vita e la scrivania piene di roba solo per sentirsi utili. È guardare il proprio calendario e avere il coraggio di lasciare dei buchi, ma dei buchi veri.

E non “tempo per la mindfulness”, proprio un buco. Il nulla.

Che poi una volta, quando non c’erano gli smartphone, non servivano questi corsi di mindfulness. Bastava sedersi su un autobus ed eri costretto a guardare fuori dal finestrino e a pensare (oh, guarda… è già mindfulness!).
Oppure dal dottore, nella sala d’attesa, a guardare i quadri con gli scheletri e le didascalie, e a chiederti perché hai buttato la spazzatura nell’umido se quel giorno era il giorno del vetro (ops, anche qui…è mindfulness!).
Oppure, e qui davvero mi sto spingendo oltre, sul water: niente telefoni mentre si cagava. Si poteva al massimo guardare il lavandino che sgocciolava o, per i più intellettuali, leggere le etichette degli shampoo. E sì, anche questa era mindfulness! Ed era pure tutto gratis…

Oggi abbiamo il problema opposto: riempiamo i nostri microspazi di scrolling e di minchiate, e poi ci raccontiamo che non abbiamo avuto neanche il tempo di mettere le tazzine sporche nella lavastoviglie. E allora mi viene da pensare: non è che il problema è che siamo stanchi, non perché facciamo tanto, ma semplicemente perché non smettiamo mai di fare? Voglio dire, sembra di stare in una gara senza traguardo, e nessuno sa neanche chi l’ha organizzata.

E quindi mi piace pensare che il 2026 sarà l’anno del “non-fare”. Non nel senso del non muoversi, ma del muoversi solo quando serve. Del togliere. Del dire no anche a cose belle, ma che non ci servono più.

Di chiudere qualche amicizia che ci toglie energie, di quelle che vi chiedono insistentemente di vedervi anche se non avete un cazzo da raccontarvi, solo perché non sanno stare con sè stessi e coi loro pensieri.

Ma anche di andare meno in palestra, che non ce ne frega proprio un cazzo di fare Hyrox, CrossFit, delle proteine in polvere, degli amminoacidi ramificati e di mettere su Instagram gli addominali. Davvero, abbiate più dignità di così, vi prego.

E per finire a ferragosto e a capodanno e a tutte le altre feste comandate, a provare a rinunciare alla pressione sociale di fare a tutti i costi qualcosa, ché tutto costa un botto e, onestamente, della foto dalla barca col panino alla frittata e col tag @vita______lenta, forse ne abbiamo proprio piene le palle.

E magari vogliamo solo starcene sul divano a vedere Love is Blind Japan mentre divoriamo latte e Gocciole, perché non c’abbiamo neanche voglia di accendere i fornelli.

Insomma, vorrei che questo 2026 fosse l’anno in cui smettiamo di riempire ogni spazio con qualcosa, o di essere schiavi dello status, e iniziamo finalmente a vedere che cosa c’è davvero.

E nel vuoto che resta, ogni tanto, succede qualcosa di magico… scherzo, niente, non succede proprio niente.

Ti senti però forse di nuovo una persona, e non un progetto in progress permanente. Magari non farai di più, magari non diventerai più produttivo, ma magari sarai più lucido, più consapevole. E con la vita ridotta all’osso, forse vedrai davvero cosa rimane, e cosa è importante per te.

Ecco, forse l’unico piano che vale la pena scrivere per l’anno nuovo è proprio questo: fare meno.

Tutto il resto, tranquilli, si sistema da solo (a parte la vostra ansia, per quella fatevi aiutare).

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