Prima di sviscerare a fondo se davvero in l’Italia, a confronto con la Germania, fa così schifo lavorativamente parlando, ho bisogno di chiedervi una cosa.

Tentacoli è una newsletter che con fatica, ma anche con masochistico piacere, ci sforziamo di far uscire una volta a settimana. Parliamo di tanti temi: carriera, carriere non lineari, i drammi del lavorare nelle corporate, com’è vivere e lavorare all’estero e tanti altri, e ci adoperiamo per raccontarvi tutto questo con tono diretto, deciso e a volte un tantino caustico, per non proporre la solita “monnezza” che leggete già su Linkedin, come per esempio le 5 lezioni sull’ownership che avete imparato dall’ultima volta che avete fatto la cacca, del capo tossico che ti scrive alle 22:07 e delle lamentele sui recruiter che non mandano l’email per dirti che il colloquio è stata una merda e quindi ti hanno cannato per la posizione della vita.

Tuttavia, capire gli argomenti che vi interessano è cruciale e vi saremmo davvero grati se poteste esprimere un feedback (durata totale: 7 secondi, solo 3 domande!) cliccando su questa survey: TI PREGO CLICCACI. In questo modo possiamo capire cosa vi interessa e fare in modo che questa newsletter non sia la solita mail che vi rompe le balle il venerdì mattina, ma che vi porti almeno un minimo di valore.

Bene, detto questo vi rigraziamo e…iniziamo.

Una delle cose che mi ha sorpreso di più da quando vivo all’estero è quanto spesso la domanda principale sia sempre la stessa, detta in modi diversi ma sempre con quel sottofondo molto umano di chi sta cercando di capire se vale la pena fare un cambiamento così grande: ma quindi alla fine, si guadagna davvero di più?

La risposta breve è sì, spesso si guadagna di più, anche il doppio o il triplo come nel caso della Germania, ma la risposta vera è molto meno lineare, perché lo stipendio è solo una delle variabili e, come succede spesso, è quella più facile da confrontare ma anche quella che dice meno.

Quando vivi in Italia pensi di avere tutto: il buon cibo, il sole, il mare, tanti paesaggi facilmente raggiungibili a poche ore di auto o treno (di fatto l’Italia è un paese piccolo!), ma se guardi al tuo netto sottovaluti una serie di spese che hai, che magari in altri Paesi sono offerte o garantite dallo Stato.

In Germania, per esempio, l’istruzione pubblica è gratuita. I tuoi figli non devono pagare neanche i libri. E per quanto riguarda la sanità, è vero che in busta paga vedrai una cifra che ti viene scalata per l’assicurazione sanitaria pubblica, ma la sanità comunque è sempre garantita anche se sei nullatenente, e non solo funziona bene, non è ingolfata, gli ospedali sembrano hotel a 5 stelle con personale che parla anche inglese, e se vai al pronto soccorso in 2 ore hai fatto tutto, ma la maggior parte degli esami e delle visite specialisti, addirittura il dermatologo o i controlli semestrali dal dentista, sono coperti dallo Stato o costano molto molto poco.

Poi gli affitti. Il grande cruccio italiano. Se prendiamo Monaco di Baviera, forse la città più ricca e con gli affitti più cari della Germania, gli affitti sono più alti di Milano. Se fate una ricerca, un monolocale può costare anche più di 1100 euro al mese, e il costo in proporzione si alza man mano che cerchiamo una casa più grande.

Tuttavia, a Milano sono solo leggermente più bassi, con uno stipendio medio anche di 3K in meno al mese. Infatti sapete quanto guadagna un Senior Manager a Monaco? Dai 120K ai 140K l’anno, che vuol dire un netto di circa 5K-6K al mese.

E non solo, se sei sposato e hai figli, la Tax Class cambia e ti ritrovi con 300-600 euro netti in più al mese.

E non voglio parlare della flessibilità a lavoro, dell’home office garantito per diritto, degli orari umani, dell’attenzione agli obblighi famigliari, del rispetto di chi sta in ferie, di chi ha figli, della parità di genere, della parental leave di 14 mesi a coppia per bambino fino agli 8 anni del bambino stesso. Ecco, non ne parliamo che è meglio.

È probabilmente quando fai questi calcoli e considerazioni che capisci perché in Italia facciamo la fame, siamo e resteremo poveri, e che forse dobbiamo la maggior parte delle nostre fortune ai nostri genitori, che se non ci fossero loro a mantenerci, staremmo ancora peggio e avremmo avuto la metà della metà delle opportunità che abbiamo avuto.

Quando sono andato io all’estero, ormai 5 anni fa, cercavo proprio questo: volevo responsabilizzarmi, trovare il mio posto lavorativamente parlando senza fare la muffa come quei boomer attaccati alla sedia del loro lavoro da 30 anni a fare la stessa cosa, ma soprattutto avere davvero l’indipendenza economica per poter fare tutto quello che volevo senza che i soldi fossero mai un problema.

In Italia infatti, bloccati dalla paura e dal senso di sconfitta e rassegnazione che probabilmente una serie di variabili, che vanno dai cittadini stessi, alla corruzione, ai politici, ci hanno innestato, abbiamo maturato la convinzione che in nessun altro posto si stia bene come in Italia. Mi dispiace però che queste cazzate siano spesso promosse da chi fuori dall’Italia non ci ha mai fatto neanche una vacanza (e no, quel weekend ad Amsterdam a farvi le canne non vale).

Infatti la vera problematica dell’italiano oggi è che spesso la sproporzione tra stipendi e costo della vita rende più difficile risparmiare in modo consistente anche quando hai un buon lavoro, mentre in molti contesti esteri, soprattutto in alcune città tedesche, pur con affitti importanti, la percentuale di reddito che riesci a mettere da parte tende a essere più alta, e questa è una differenza che si percepisce soprattutto nel medio periodo, quando inizi a vedere che il risparmio non è più un evento occasionale ma diventa qualcosa di sistematico e relativamente facile da fare.

Un altro aspetto che diventa evidente solo dopo un po’ di tempo è che lavorare all’estero spesso cambia anche la velocità con cui crescono gli stipendi, perché in molti contesti internazionali il mercato del lavoro è più fluido, cambiare azienda è più comune, negoziare è normale, e questo crea una dinamica diversa nel lungo periodo, dove la differenza non è solo quanto guadagni oggi ma quanto è probabile che quel numero cresca nei prossimi anni. Il mio stipendio, per esempio, ogni anno subisce un salary review per allinearlo ai colleghi, alla media aziendale, alla media dell’industry in cui lavoro e alla media tedesca. So che suona assurdo, ma in molti Paesi questo è piuttosto normale. Del resto, l’Italia è l’unico Paese europeo in cui i salari non sono saliti negli ultimi 50 anni.

A completare il quadro, c’è anche da dire che molte persone che si trasferiscono all’estero non fanno il salto più grande nel primo stipendio, lo fanno nel secondo o nel terzo, quando hanno già un’esperienza internazionale e diventano molto più interessanti per il mercato.

Allo stesso tempo capisco che non si può generalizzare. Non tutte le persone che vivono in Italia lo hanno scelto, per una serie di problemi o situazioni che si trovano a dover fronteggiare e che le bloccano in quel Paese. Per dirne alcune: genitori malati da accudire, il costo emotivo di vivere lontano dalla famiglia, la difficoltà iniziale di ricostruire una rete sociale, la lingua, il tempo necessario per sentirsi davvero a casa. Trasferirsi non è solo una scelta economica ma anche identitaria, e spesso questo aspetto viene completamente ignorato nelle discussioni, dove il confronto si riduce a una tabella excel con stipendi e affitti.

Va da sé che lavorare all’estero non è automaticamente la scelta giusta per tutti, perché ogni situazione personale è diversa, e ci sono casi in cui restare in Italia ha molto più senso, soprattutto quando hai una rete familiare forte o una qualità della vita che per te pesa più del potenziale economico.

Il punto però è che spesso il confronto viene fatto male, perché si parla senza sapere o, peggio ancora, inventando cose di sana pianta solo per giustificare una mancanza di coraggio, senza considerare la traiettoria che quel contesto può offrirti, la possibilità di muoverti, di crescere, di accumulare esperienze che poi diventano trasferibili anche altrove.

Alla fine la vera domanda non è solo quanto si guadagna in un Paese, ma che tipo di possibilità si aprono domani, perché il valore di lavorare all’estero spesso non sta solo nello stipendio iniziale ma nella combinazione tra reddito, esperienza, esposizione e libertà di movimento.

Ed è una combinazione che, vista da fuori, è difficile stimare davvero, finché non ci sei dentro.

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