Prima di sviscerare a fondo se davvero il C1 di Inglese, per lavorare all’estero, sia necessario, ho bisogno di chiedervi una cosa.
Tentacoli è una newsletter che con fatica, ma anche con masochistico piacere, ci sforziamo di far uscire una volta a settimana. Parliamo di tanti temi: carriera, carriere non lineari, i drammi del lavorare nelle corporate, com’è vivere e lavorare all’estero e tanti altri, e ci adoperiamo per raccontarvi tutto questo con tono diretto, deciso e a volte un tantino caustico, per non proporre la solita “monnezza” che leggete già su Linkedin, come per esempio le 5 lezioni sull’ownership che avete imparato dall’ultima volta che avete fatto la cacca, del capo tossico che ti scrive alle 22:07 e delle lamentele sui recruiter che non mandano l’email per dirti che il colloquio è stata una merda e quindi ti hanno cannato per la posizione della vita.
Tuttavia, capire gli argomenti che vi interessano è cruciale e vi saremmo davvero grati se poteste esprimere un feedback (durata totale: 7 secondi, solo 3 domande!) cliccando su questa survey: TI PREGO CLICCACI. In questo modo possiamo capire cosa vi interessa e fare in modo che questa newsletter non sia la solita mail che vi rompe le balle il venerdì mattina, ma che vi porti almeno un minimo di valore.
Bene, detto questo vi rigraziamo e…iniziamo.
Una delle frasi che sento più spesso quando si parla di lavorare all’estero è “sì ma il mio inglese non è abbastanza buono”, che detta così sembra quasi una valutazione oggettiva, una specie di certificazione ufficiale del proprio livello di inadeguatezza, come se da qualche parte esistesse una soglia precisa sopra la quale improvvisamente si è pronti a lavorare in inglese e sotto la quale invece è meglio rimanere a casa a riguardare Friends con i sottotitoli in italiano aspettando che il cervello, per osmosi, inizi a produrre frasi perfette al present perfect continuous.
Ma in realtà quasi nessuno si sente davvero pronto quando inizia a lavorare in inglese, e il motivo è molto semplice: lavorare in inglese non è la stessa cosa che parlare inglese in vacanza, non è ordinare un caffè a Londra, non è chiedere indicazioni per la metro, è gestire riunioni, spiegare concetti, difendere idee, fare battute che non fanno ridere, capire accenti improbabili e cercare di sembrare intelligenti mentre nella tua testa stai ancora traducendo mentalmente “stakeholder alignment” in qualcosa che suoni vagamente sensato.
Il problema è che siamo cresciuti con l’idea che prima bisogna sentirsi pronti e poi fare le cose, quando nella realtà quasi sempre succede il contrario, prima fai le cose e poi, lentamente, diventi abbastanza bravo da sentirti quasi a tuo agio, che è una sensazione molto diversa dall’essere sicuro, perché l’insicurezza non sparisce mai del tutto, semplicemente smette di bloccarti.
La scuola italiana, come sappiamo, non aiuta molto in questo senso, perché per anni ci ha abituato a studiare l’inglese come se fosse una materia teorica, piena di regole grammaticali e verbi irregolari, ma con pochissimo spazio per l’uso reale della lingua, con il risultato che molte persone hanno un vocabolario più che sufficiente ma una sicurezza prossima allo zero, e quando devono parlare si bloccano perché hanno paura di sbagliare, come se dall’altra parte ci fosse qualcuno pronto a correggerti la pronuncia di thought mentre stai cercando di spiegare un progetto che vale milioni.
Poi succede che arrivi in un contesto internazionale e scopri una cosa abbastanza liberatoria, ovvero che la maggior parte delle persone che lavorano in inglese non è madrelingua, e quindi l’inglese che si parla negli uffici è una lingua molto più semplice, più funzionale e molto meno sofisticata di quella che immaginiamo, un inglese che serve a capirsi, non a scrivere poesie, un inglese pieno di accenti diversi, errori piccoli e grandi, costruzioni grammaticali creative, eppure perfettamente sufficiente per lavorare, prendere decisioni e portare avanti progetti complessi.
Scopri anche che molti madrelingua non parlano questo inglese perfetto che avevi in testa, perché il contesto lavorativo ha un suo linguaggio specifico, fatto di frasi abbastanza standard, formule ricorrenti, parole che tornano sempre, e dopo un po’ ti rendi conto che metà delle riunioni si reggono su una ventina di espressioni che continuano a ripetersi in loop, circle back, align, moving forward, touch base, let’s take it offline, sounds good to me, makes sense, I agree, can we clarify, happy to, just a quick one.
All’inizio ti sembra tutto molto veloce, ti sembra di perdere pezzi, ti sembra di non riuscire a esprimere esattamente quello che vorresti dire, e questa sensazione è frustrante soprattutto se nella tua lingua ti senti articolato, preciso, anche brillante, perché improvvisamente ti ritrovi a parlare come una versione ridotta di te stesso, e questo può creare una distanza tra quello che sai e quello che riesci a comunicare che a volte viene percepita come una perdita di identità.
La cosa che raramente viene detta è che questa distanza si riduce molto velocemente quando sei immerso in un contesto dove l’inglese è la lingua di lavoro quotidiana, molto più velocemente di quanto succeda studiando da solo o seguendo corsi occasionali, perché il cervello si adatta per necessità, elimina il superfluo, smette di cercare la frase perfetta e inizia a cercare la frase che funziona, che è esattamente quello che serve nel mondo del lavoro, dove la perfezione linguistica è molto meno importante della chiarezza.
Dopo qualche mese inizi a notare che usi sempre le stesse strutture, che riconosci schemi ricorrenti, che inizi a prevedere quello che le persone diranno prima ancora che lo dicano, che il tuo cervello smette di tradurre tutto in italiano e inizia a pensare direttamente in inglese, almeno per quanto riguarda il lavoro, che è una specie di micro-lingua con regole proprie.
Un’altra cosa interessante è che lavorare in inglese ti costringe a semplificare il tuo modo di comunicare, perché non hai sempre le parole perfette per costruire frasi lunghe e complesse, e questa semplificazione spesso rende il messaggio più chiaro anche per chi ti ascolta, perché elimina una parte di rumore che nella tua lingua madre magari aggiungeresti per abitudine, un effetto collaterale positivo che molti scoprono solo dopo aver iniziato.
Ovviamente ci sono momenti in cui ti senti in difficoltà, soprattutto all’inizio, quando qualcuno parla troppo veloce, quando non capisci una battuta e tutti ridono, quando ti chiedono di presentare qualcosa e senti che non stai usando le parole che useresti normalmente, ma sono momenti molto più comuni di quanto si pensi, e soprattutto non sono esclusivi di chi viene dall’Italia, sono condivisi da chiunque lavori in un contesto internazionale.
Il paradosso è che molte persone rimangono bloccate per anni perché pensano di dover raggiungere un livello molto alto prima ancora di iniziare, quando in realtà quel livello si raggiunge proprio perché si inizia, e spesso la differenza tra chi lavora all’estero e chi vorrebbe farlo non è tanto il livello di inglese quanto la disponibilità ad accettare una fase iniziale di imperfezione.
Nessuno si sente completamente pronto, semplicemente alcuni decidono che essere pronti non è una condizione necessaria per partire, e questa è una cosa che si capisce solo dopo, quando guardi indietro e ti rendi conto che il tuo inglese non è diventato perfetto, ma è diventato sufficiente per fare un lavoro, costruire relazioni professionali, cambiare paese, cambiare contesto, cambiare prospettiva.
E spesso sufficiente è già moltissimo.
Perché l’inglese non è quasi mai il vero ostacolo, è solo quello più facile da usare come scusa.