L’altro giorno mi sono rivisto con un amico, di quelli che magari non vedi da un po’, ma che appena lo vedi ti ricordi perché siete amici.
Siamo seduti in un locale di Roma che, come da tradizione, al primo freddo di ottobre ha deciso di accendere i termosifoni livello “inverno islandese” e noi, con la nostra birra ghiacciata, sembriamo due turisti tedeschi in Italia a maggio. Mancano solo le camicie a mezze maniche sgargianti.
I convenevoli durano poco: famiglia, lavoro, salute, “come va in generale?”, e poi, inevitabilmente, finiamo dove finiscono sempre le chiacchiere vere: nel pantano esistenziale. O, come le chiamo io, le deep conversation, quelle che preferisco e che apprezzo di più. In genere è lì che escono l’uomo o la donna veri, sempre a patto che siano disposti a mettere le proprie vulnerabilità sul tavolo e a rassegnarsi al fatto che possa arrivare anche qualche commento o giudizio che, seppur affrettato, risulta scomodo. Che è proprio quello che cerco io, quando mi siedo faccia a faccia con questi amici: voglio che qualcuno mi schiaffeggi (metaforicamente) e mi dia una bella svegliata. E lo stesso provo a fare io con loro, come se fosse un tacito accordo: tu mi smonti, io ti smonto, e alla fine della conversazione magari riusciamo ad alzarci con le idee un po’ più chiare sulle nostre vite e sui nostri percorsi.
È come dallo psicoterapeuta, se non fosse che sia io che l’altro ci atteggiamo a grandi saggi della vita e, senza alcuna competenza, dispensiamo consigli sulla base della nostra personalissima e ristrettissima esperienza, credendo di aver capito tutto e di regalare queste perle come fossero oro colato di sapienza. Per poi terminare l’incontro dopo aver entrambi ascoltato, ragionato, messo in discussione le nostre certezze, ma continuare comunque a fare gli stessi errori.
E quindi l’incontro era proprio in questi termini, fino a quando lui mi parla di una cosa sulla quale ho empatizzato, perché successa anche a me e a tanti altri che conosco, magari in fasi diverse del nostro lavoro e della vita.
È una di quelle domande che uno si fa, se dotato di un minimo di spirito critico e della giusta dose di autosabotaggio (che andrebbe seriamente indagata con un professionista) ma che entra sempre come uno squarcio nel percorso di una persona.
Mi dice: “L’altro giorno, come ogni mattina, mi sono alzato, ho seguito la mia routine, mi sono messo in macchina e, arrivato alla scrivania, accendo il pc, guardo lo schermo e, anziché concentrarmi sul lavoro da fare quel giorno, mi sono chiesto: ‘Ma io che ci faccio qui?’”.
Stavo bevendo la mia birra ghiacciata di cui sopra, che a momenti mi va di traverso e per poco non gliela sputo in faccia.
Per due motivi: il primo è che questo mio amico, se lo sentiste parlare, notereste che è sempre molto razionale, centrato, come se sapesse sempre cosa fare e avesse, per ogni fase della sua vita, obiettivi ben chiari. Sebbene io sappia che molto è solo apparenza, perché lui, come tutti noi, va a tentoni.
Il secondo motivo è che aveva appena iniziato un nuovo lavoro, e un attimo prima mi stava raccontando di come si trovasse bene con i colleghi, di come fosse stimolato dai nuovi progetti, di come passare da una piccola-media impresa a una multinazionale avesse per lui fatto tutta la differenza del mondo: meno esposizione ai grandi capi, quindi meno pressioni, più progetti a lungo termine e nessun becero esterismo o ricerca spasmodica del colpevole in caso di errori. Insomma, mi sembrava andasse tutto alla grande, tant’è che avevo pensato: “Ma vedi tu che oggi l’unico paziente in questa seduta sarò io”.
E quindi glielo chiedo: “Ma scusa, amico mio, non stavi dicendo fino a ora che eri in una situazione in cui non potevi di certo lamentarti?”. E mi risponde che sì, assolutamente, avevo capito bene, ma che comunque a volte tornava a casa e sentiva di essere nel posto sbagliato.
Ah.
E continua: “All’inizio ho pensato fosse normale perché era un nuovo lavoro: dovevo ancora ambientarmi, prendere le misure, capire bene le dinamiche dell’azienda e sentirmi davvero a mio agio. Adesso però, dopo nove mesi, ’sta ‘gravidanza’ non ha dato grandi risultati, nel senso che mi trovo ancora a guardare lo schermo con le sopracciglia aggrottate per sembrare concentrato, sperando però che nessuno mi chieda nulla. E spesso penso: ma sono io l’unico che pare non abbia capito una mazza? Ma soprattutto, quanto ancora durerà questa sensazione di essere fuori posto?”.
Al che mi è venuto spontaneo chiedere: in che senso “fuori posto”?
Perché se è una questione di avere colleghi meno simpatici della sveglia delle sette, un capo assente e un lavoro dove devi pure dire quante volte vai in bagno, allora è un conto. Ma se il discorso è un attimino più ampio, tipo “ma lavorare in un’azienda fa per me?”… allora merita un approfondimento.
Dice che va in ufficio e, per quanto si sforzi, non riesce proprio a entrare nel ritmo delle dinamiche. C’è sempre quella sensazione sottile, quasi impercettibile, che gli altri abbiano una connessione naturale che lui non ha. Gli pesa parlare con gli altri, fare quello small talk che tanto piace a chi non piace lavorare, e sottostare a dinamiche politiche che, forse, non hanno niente a che vedere con lui. E quindi si chiede: “Sono io quello sbagliato, o semplicemente non è il mio posto?”.
Ed ecco che forse, mentre mi asciugo la bocca dalla schiuma della birra, arriviamo al punto.
È vero, ci insegnano a correre, ad “adattarci”, a “fare squadra”, a essere “resilienti” (i guru di LinkedIn sarebbero fieri di me ora!), ma mai a gestire la sensazione di sentirsi fuori posto: ovvero quando, pur facendo tutto bene, non ci si sente parte di niente.
In quel momento vedo il mio amico che abbassa la testa e sento scivolare via tutta la sicurezza che ero abituato ad associargli. In effetti aveva costruito la sua carriera con tanta fatica, ricevendo anche riconoscimenti e lodi da capi e colleghi, negli anni. E infatti io non credo assolutamente che lui sia incapace, o non sia bravo abbastanza, o non si impegni abbastanza. Anche perché ho visto tanta di quella gente pigra nelle aziende, che comunque detiene un posto di tutto rispetto senza che io riesca a capire come ci sia arrivata, che lungi da me avere un’idea puramente meritocratica del mondo aziendale.
Credo, infatti, fosse più un problema di capire dove stesse andando e, soprattutto, di capire se quello che stava facendo avesse ancora un senso per lui. E qui si apre una parentesi enorme: il lavoro come identità, il senso di utilità, la contribuzione alla società o, ancora prima, alla propria famiglia, visto che ha due bambini e una moglie.
Ecco, io penso che a volte si possa essere nel lavoro giusto ma nel posto sbagliato, o nel posto giusto col lavoro sbagliato.
Però… dato che non abbiamo la possibilità, né il tempo, né tutta la vita a disposizione per capirlo, o siamo estremamente fortunati (o ci convinciamo di esserlo), oppure diventa difficile provare ogni lavoro nel mondo per capire davvero quale faccia per noi.
Infatti l’altro giorno leggevo un articolo che sosteneva che il concetto di “lavoro giusto” è errato, nel senso che non esiste un lavoro giusto o sbagliato, ma esiste il lavoro di “adesso”.
Del resto, è vero: io mi sono sentito estremamente nel posto giusto facendo il cameriere per dieci anni, ma nel posto sbagliato facendo il lavoro per il quale avevo studiato, dopo due lauree.
E quindi forse dobbiamo solo aprirci a ciò che ci succede. Senza paranoie. Dopotutto, è tutto temporaneo, no?
“Whatever tomorrow brings, I’ll be there, with open arms and open eyes”, dice Drive degli Incubus.
Ecco, quella sera non ho saputo davvero cosa rispondere al mio amico, e forse ho sbagliato a rimanere in silenzio.
Però, forse, Brandon Boyd aveva ragione. E quasi quasi gli mando Drive da ascoltare.