Succede in modo quasi impercettibile, non è una crisi dichiarata, non è un lunedì mattina in cui ti alzi e pensi che devi cambiare vita, è più una sensazione che si infiltra nelle settimane, ti accorgi che fai bene quello che fai ma non ti riconosci più del tutto in quello che fai, che le riunioni scorrono senza troppo attrito ma anche senza troppa energia, che sei diventato efficiente, affidabile, competente, e proprio per questo un po’ anestetizzato.

Il ruolo sulla carta è lo stesso, il titolo non è cambiato, le responsabilità nemmeno, e forse è proprio questo che ti destabilizza, perché dall’esterno non c’è nessun segnale evidente di rottura, e allora ti chiedi se il problema sei tu, se sei diventato capriccioso, se ti stai inventando un disagio che non esiste davvero. In realtà quello che sta succedendo è molto più semplice e molto meno drammatico, sei cambiato tu, hai imparato cose nuove, hai sviluppato interessi che il tuo perimetro attuale non contempla più così bene, e il ruolo è rimasto dov’era.

Qui di solito le persone prendono due strade, o si convincono che sia fisiologico e continuano a fare quello che devono fare con un filo di distacco in più, oppure iniziano a guardare fuori, pensando che l’unico modo per riallinearsi sia cambiare azienda, cambiare titolo, cambiare completamente contesto. In mezzo, però, c’è una zona molto concreta che raramente viene esplorata con intenzione, ed è lì che entra in gioco il job crafting, che detto così sembra una parola da slide HR ma in realtà è qualcosa di molto più pratico e molto meno teorico.

Il job crafting inizia quando smetti di pensare al ruolo come a un blocco rigido e inizi a considerarlo come un insieme di attività, relazioni, spazi decisionali che puoi, entro certi limiti, riorganizzare. Non stai chiedendo una promozione, non stai negoziando un nuovo contratto, stai osservando con attenzione come passi il tuo tempo e dove finisce la tua energia. Se guardi davvero le ultime quattro settimane, ti accorgi che non tutte le attività ti pesano allo stesso modo, che ci sono momenti in cui ti senti più presente, più lucido, più coinvolto, e altri in cui stai solo eseguendo.

Il primo passo concreto è proprio questo, non dichiarare che il ruolo non ti rappresenta più ma capire quali parti sì e quali no, perché quasi mai il problema è totale, di solito è una questione di peso. Magari scopri che ti stimola la parte di definizione dei problemi più di quella di esecuzione, oppure che ti viene naturale fare da ponte tra team che non si capiscono, oppure ancora che ti appassiona analizzare i numeri più che preparare le presentazioni finali. Queste non sono preferenze astratte, sono indicazioni operative su dove potresti spostare il baricentro.

A quel punto il job crafting diventa molto meno romantico e molto più quotidiano, significa prendere in carico gradualmente più attività che ti allineano e lasciare che altre restino sullo sfondo senza però smettere di farle bene. Se sei un Project Manager e ti accorgi che la parte che ti accende davvero è la definizione iniziale dei progetti, inizi a proporti per facilitare le sessioni di kick-off, ti offri di mettere ordine nelle idee prima ancora che diventino task, entri nelle conversazioni a monte invece di limitarti a gestire ciò che arriva a valle. Nessuno ti ha cambiato ruolo formalmente, ma nel giro di qualche mese il modo in cui vieni percepito cambia.

Lo stesso vale per chi lavora in marketing operativo e si rende conto che quello che lo interessa davvero è capire perché certe campagne funzionano e altre no, allora inizi a prenderti lo spazio per analizzare i dati, prepari tu il recap, proponi ipotesi, inizi a parlare non solo di cosa abbiamo fatto ma di cosa abbiamo capito, e lentamente ti costruisci una posizione diversa senza aver mai detto “voglio cambiare ruolo”.

Un altro livello molto concreto riguarda le relazioni, perché il ruolo non è fatto solo di attività ma di conversazioni ricorrenti. Se parli sempre con le stesse persone e resti dentro lo stesso circuito, il tuo perimetro non si espande mai, ma se inizi a frequentare altri team, a capire le loro priorità, a portare il tuo punto di vista fuori dal tuo corridoio abituale, succede qualcosa di interessante, inizi a vedere connessioni che prima non vedevi e gli altri iniziano a coinvolgerti in modo diverso. Non è networking fine a sé stesso, è spostare il tuo baricentro informativo.

Il job crafting non elimina le parti noiose del lavoro, non è una fantasia in cui togli tutto ciò che non ti piace, ma ti permette di riequilibrare il tuo tempo in modo che il tuo ruolo evolva con te invece di restare congelato mentre tu cambi. È una somma di micro-mosse coerenti, non un annuncio. Dopo sei mesi, se hai fatto bene questo lavoro silenzioso, ti ritrovi a fare cose che prima non facevi e a essere coinvolto in dinamiche che prima non ti riguardavano, e spesso il tuo titolo è rimasto identico.

Naturalmente ci sono contesti in cui questo margine è ridotto, organizzazioni molto rigide, manager che difendono i confini in modo stretto, e in quei casi il job crafting può diventare un test più che una soluzione, perché ti aiuta a capire se il problema è il ruolo o l’ambiente. Ma nella maggior parte dei casi c’è più spazio di quanto immaginiamo, semplicemente perché molti eseguono ciò che è scritto e pochi si prendono la responsabilità di riscriverne i contorni.

Il punto, alla fine, non è trasformare completamente il tuo lavoro, è evitare di restare spettatore della tua traiettoria professionale aspettando che qualcuno la aggiorni per te. Se il tuo ruolo non ti rappresenta più, forse non devi ancora cambiare azienda, forse devi iniziare a cambiare il modo in cui lo abiti, spostando gradualmente l’asse verso ciò che ti assomiglia di più, finché quel ruolo, pur con lo stesso nome, non racconta qualcosa di diverso su di te.

E questo, a volte, è già un cambiamento enorme, anche se sulla carta non si vede nulla.

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