Ne parliamo spesso, e se ne parla ovunque, quindi non sto qui a riattaccarvi il pippone del “si stava meglio quando si stava peggio”, anche perché è una retorica che a me personalmente ha stancato, e onestamente non credo che l’atteggiamento da nostalgico possa portare a qualcosa.

Infatti, anche se “quando c’era LVI i treni arrivavano in orario”, io resto comunque un fan del progresso e dell’alta velocità. Solo che in questo periodo di intelligenza artificiale, meglio conosciuta come “demenza umana” la sensazione è che ci stiamo tutti un po’ rincoglionendo. E lo dimostrano i post fotocopia su LinkedIn, scritti da gente che ancora non ha capito che si capisce benissimo che non sono scritti a mano, se lascia quelle maledette emoticon tipo il razzetto e la frase finale “E a voi? È mai capitato? Raccontatemelo nei commenti!”.

E allora, chi non se l’è chiesta, la domanda: ma tutto questo progresso, mi farà licenziare o no? O meglio: arriverà mai un’intelligenza artificiale talmente evoluta da riuscire a rispondere anche lei a un cliente con “I will check and will circle back to you once I have an answer”?

Se la risposta è “probabilmente sì”, allora forse è il momento di iniziare a pensare a cosa davvero una mente brillante, cresciuta a pane e meeting alle 22 in Deloitte, può fare, per non essere sostituita dall’AI di cui sopra.

Come dicevo, non vi tedierò con il solito “ai tempi dei nostri genitori bastava laurearsi per essere sistemati, mentre oggi serve almeno essere il figlio di un politico”. Perché si sa, in quegli anni il titolo era una specie di salvacondotto: lo prendevi, lo appendevi al muro, e in cambio ricevevi un lavoro ben pagato, una casa comprata in contanti con un paio di stipendi, con 7-8 euro ti sposavi, e potevi pure permetterti tre o quattro figli da lasciare a tua moglie e a tua suocera, mentre ti godevi le partite del Milan la domenica sera sul divano, col piatto caldo pronto in tavola. Cavolo, ma possibile che dopo secoli di sudata tramandazione del patriarcato, proprio la mia generazione ha dovuto decidere di rinnegarlo?!?!?! (tranquilli, si scherza eh…).

Comunque, mi pare di capire che tutte le promesse che erano riusciti a mantenere almeno fino alla grande crisi del 2008 oggi siano cambiate: il titolo non ti garantisce più niente, se non forse quella che io chiamo depressione post lauream. E se per la depressione post partum sappiamo oggi che la causa sono gli ormoni, per quella post lauream non abbiamo ancora capito a chi o a cosa dare la colpa.

E così eccoli, i cari Coursera, Udemy e tutte le piattaforme che fanno soldi a palate sfruttando la convinzione dei giovani professionisti che pensano che una certificazione in “Business Management” presso la fantomatica University of Massachusetts li porterà dritti a un ruolo da director in Google. Non capendo però che non vale una ceppa se ce l’hanno tutti, e soprattutto non vale quanto prenderla davvero in Massachusetts, anziché dalla casa dei genitori a Frosinone.

La sensazione, infatti, guardandosi intorno, è che nessuno sappia più davvero cosa conta. È diventata una corsa a fare di più, ma a caso, con la speranza che prima o poi qualcosa di tutto quel mucchio possa tornare utile. Addirittura anche i recruiter hanno imparato: troppe certificazioni = “anche tu hai avuto quel periodo in cui volevi cambiare lavoro e hai smarmellato tutto, eh?”. Insomma, tutto bellissimo, ma mi pare che non stia funzionando.

E allora, butto la pietra senza nascondere la mano, e mi domando: e se fosse un problema di “traduzione”?

Eh sì, voglio usare questa metafora della carriera come se fosse una lingua. Una vera lingua: il cinese, il norvegese, a seconda di dove vogliamo lavorare. Perché come ogni lingua, anche la carriera si rimodella col tempo: si riscrivono i ruoli, si aggiungono parole, si reinventano significati. Alcuni termini vanno in disuso, altri diventano improvvisamente di moda. Tipo “cringe”, che ormai lo uso praticamente su tutto. Mi viene da pensare che oggi forse il vero vantaggio competitivo non è quello che studi, ma la capacità di unire i puntini, grazie a quello che hai studiato.

Tradursi significa riuscire a galleggiare e sopravvivere in questo caos. Significa non attaccarsi troppo alla propria etichetta, ma usare ciò che già abbiamo per costruire ponti tra mondi diversi. È forse questo l’unico modo per non essere sostituiti da un algoritmo (o da un ventenne scappato di casa con l’alito che sa ancora di latte formulato e meno aspettative di te)?

Saper costruire una storia professionale coerente infatti non è mica una cosa facile: richiede una certa lucidità, a cui purtroppo siamo sempre meno abituati, ma serve per capire a noi stessi dove stiamo andando, cosa ci porterà quel lavoro e, se lo mettiamo in prospettiva con la vita intera, forse iniziamo pure a intravedere una strategia, non solo una tattica fine a sé stessa.

Certo, Tentacoli lo sapete, tratta di percorsi non lineari e non potrei dire diversamente. Ma l’alto della nostra scuola italiana, ferma a cinquant’anni fa e troppo occupata a bandire l’educazione sessuale alle medie, insieme all’università, ci insegna l’opposto: a specializzarci. Quando invece il resto del mondo ci chiede chiaramente di diventare poliglotti. Chi sa parlare più linguaggi, tecnico e umano, creativo e analitico, strategico e operativo, ha inevitabilmente molte più chance di sopravvivere.
E i percorsi dei grandi Megadirettori Galattici delle Megaditte stile Fantozzi ce lo urlano forte e chiaro: oggi non servono competenze singole, fini a sé stesse, ma competenze combinabili.

Viene premiato chi sa unire; non chi sa una sola cosa benissimo, ma chi riesce a mettere insieme più elementi anche quando sembrano incompatibili.

E poi ci sono tre cose su cui, secondo me, dovremmo davvero focalizzarci ed eccellere. E spero veramente di dire cose scontate anche per voi.

La prima è la chiarezza. Oh, non mi serve che mi scrivi un papiro. E per carità non mi inoltrare una catena di email che dura mesi col “FYI”!!! Non c’ho tempo né voglia di leggermelo. Dimmi le cose indispensabili da sapere e poi me la vedo io. E non si può più passare un’ora di meeting in cui non ci diciamo un cazzo, dai.

La seconda è la voglia, prima che la capacità, di lavorare in contesti totalmente fuori dalla propria comfort zone: saper lavorare con persone che non hanno nulla in comune con te. Gente che approccia il lavoro in modo completamente diverso, di cultura completamente diversa, dove anche fare una domanda o dare una risposta va fatto in un certo modo. Mi viene in mente la comunicazione indiretta dell’Oriente, dove non si dice mai “no” ma il “no” va capito tra le righe; o gli ambienti super gerarchici del Giappone o della Corea, dove non puoi mica parlare, se nella stanza hai il grado più basso. Intanto mi immagino, nel momento in cui sto scrivendo, un 50enne single da qualche ufficio di piazza Gae Aulenti, lì coi suoi colleghi gorilla, a fare battute sessiste alla collega carina….vabbé.

E la terza, secondo me la più sottovalutata, è la resistenza alla noia. Tutti vogliono lavori “stimolanti”, cambiare il mondo, fare qualcosa di “UAU”, ma la realtà è che ogni fottuto lavoro ha una grossa percentuale di roba noiosa. E chi riesce a restare motivato e lucido anche quando tutto diventa ripetitivo, quello sì, ha un vantaggio competitivo enorme.

Certo queste tre cose non faranno curriculum, ma fanno la differenza, e fanno spesso anche la carriera.

In quest’ottica, come vedete, il titolo (e i corsi su Coursera) passa in secondo piano: proprio come un passaporto, per continuare la metafora geografica, certamente serve ancora, ma per viaggiare, non per restare fermi. Ti fa imbarcare, ma poi, una volta a destinazione, devi rimboccarti le maniche.

Devi muoverti, imparare, arricchirti. Perché se resti fermo troppo a lungo, scade.

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