È da un po' di tempo che sto iniziando a provare un leggero fastidio ogni volta che mi devo presentare a qualcuno. Prima di tutto perché ho un po' assorbito e somatizzato questa cosa che ho letto, secondo la quale quando dobbiamo presentarci, e quindi dire chi siamo, partiamo subito col dire cosa facciamo, come se il lavoro ci definisse o come se le persone dovessero subito capire cosa fai per inquadrarti sotto qualche etichetta, creata convenzionalmente da loro, per provare a farsi un’idea di te. E poi perché, nonostante io creda che la domanda sia legittima, sento che qualunque risposta breve sarebbe una semplificazione, e qualunque risposta lunga suonerebbe come una giustificazione. Ti rendi conto che non sei in difficoltà sul lavoro in sé, ma sul provare a fare capire all’altro chi sei.

Però il lavoro è ovviamente (ancora e purtroppo) una parte preponderante della maggior parte delle vite di noi, e quindi parliamone.

All’inizio è facile. Studi qualcosa, inizi un lavoro, impari le basi, cresci. Le parole per spiegarti ci sono tutte. Sono un “blablabla”. Che suona magari strano, però nel 90% dei casi la persona che ha appena ricevuto la risposta fa finta di aver capito. Magari chiederà in seguito qualche spiegazione per capire meglio. Poi però col tempo cambi lavoro, azienda, occupazione, fai cose diverse, ti stanchi di fare quello che hai sempre fatto e quindi ecco le deviazioni, i lavori che non erano nel piano, i contesti che non avevi previsto, le scelte fatte più per sopravvivenza. E allora diventa più complicato. Almeno quando ho dovuto spiegare a mia madre cosa voleva dire analizzare i dati. Tipo che aveva capito analizzare i “dadi” (lol).

Io questa sensazione l’ho riconosciuta quando ho iniziato a rispondere alle domande con troppe subordinate. Quando ogni frase su di me aveva bisogno di un “in realtà”, di un “dipende”, di un “sì, però”. Quando mi accorgevo che per essere onesto dovevo essere lungo, ma per essere chiaro dovevo essere impreciso. È in quel punto che inizi a sospettare che il problema non sia il tuo percorso, ma il modo in cui cerchi di comprimerlo.

Ci hanno sempre spinto a pensare alla carriera come a qualcosa che dovrebbe stare in piedi da sola, come una storia elegante, leggibile anche da chi non ti conosce. “Faccio l’avvocato” o “il medico” o “l’idraulico”. Facile. Ma la maggior parte delle vite professionali vere non sono eleganti, sono dense. Ma soprattutto non sono lineari, sono stratificate. E soprattutto non sono pensate per essere raccontate bene, ma per essere vissute abbastanza a lungo da lasciare tracce.

Il metodo del portafoglio di esperienze nasce quando smetti di chiederti se quello che hai fatto è coerente e inizi a chiederti se quello che sei diventato lo è. È un passaggio sottile, ma cambia tutto. Perché sposta il fuoco dalla sequenza al sedimento. Non guardi più solo cosa è successo, ma cosa è rimasto.

Dentro un CV non ci sono mai solo competenze. Quelle sono la parte più facile da elencare e anche la più fragile, perché si aggiornano, si svalutano, diventano improvvisamente obsolete. E, non prendiamoci per il culo, vengono e se ne vanno a seconda del lavoro che stiamo cercando e di come dobbiamo venderci per averlo. Ma quello che pesa davvero sono le cose che ti sei portato dietro senza accorgertene. Il modo in cui reagisci quando una decisione viene rimandata per la quinta volta. La pazienza che hai sviluppato in ambienti caotici. L’irritazione che ti sale quando senti parole vuote ripetute troppe volte. Il radar che si accende quando percepisci una dinamica storta, anche se nessuno l’ha ancora nominata.

Queste cose non stanno nel CV. E spesso non stanno nemmeno nel racconto che fai di te, perché non sai bene dove metterle. E allora continui a partire dai ruoli, dai titoli, dalle aziende, perché sono l’unica cosa che sembra oggettiva. Strategist, PM, Designer, Analyst. Parole che funzionano come cartelli stradali: indicano una direzione, ma non raccontano il viaggio.

Il problema è che più accumuli esperienza, meno quei cartelli ti rappresentano. A un certo punto non lavori più davvero “come PM” o “come strategist”. Lavori come uno che sa stare dentro problemi che non sono ben definiti, che sa leggere quando una questione è tecnica e quando è solo una lotta di potere, che ha imparato a non prendere tutto alla lettera, ma nemmeno a distaccarsi del tutto. E questa roba qui non ha un titolo chiaro.

Il portafoglio di esperienze serve proprio a questo: a smettere di raccontarti come una lista di ruoli e iniziare a riconoscerti come una traiettoria. Non una progressione ordinata, ma un insieme di movimenti che, visti da vicino, hanno una loro logica interna, anche se da fuori sembrano casuali.

Quando inizi a guardarti così, succede una cosa che all’inizio spiazza. Esperienze che avevi sempre trattato come marginali iniziano a diventare centrali. Quel lavoro che “non c’entrava niente” magari è stato il primo in cui hai capito come funzionano davvero le persone sotto pressione. Quel periodo che racconti sempre come una parentesi diventa il momento in cui hai smesso di fare scelte per inerzia. Quell’errore che minimizzi è forse l’unico punto in cui hai davvero cambiato direzione, anche se non subito.

E non diventa tutto improvvisamente chiaro. Non è una rivelazione, non trovi una frase magica per spiegarti al mondo. Piuttosto smetti di provare quella sensazione di falsità ogni volta che devi sintetizzare. Smetti di sentire che stai tradendo qualcosa di te per risultare più comprensibile. Inizi ad accettare che forse non sei fatto per stare in una definizione corta, e che va bene così.

Il rischio più grande, in fondo, non è avere un percorso frammentato. È continuare a raccontarlo come se fosse un problema da risolvere. Come se ogni deviazione dovesse essere giustificata, spiegata, normalizzata. Il portafoglio di esperienze non fa pace con questa ansia. Non cerca di renderti presentabile, cerca di renderti onesto. Prima con te stesso, poi con gli altri.

E questa onestà a volte ti rende meno facile da incasellare. Meno rapido da capire. Meno vendibile, forse. Ma ti toglie di dosso quella sensazione sottile di star recitando una versione ridotta di te ogni volta che parli del tuo lavoro. E non è poco, soprattutto in un mondo che ti chiede continuamente di posizionarti, definirti, spiegarti in dieci parole o meno.

Forse alla fine non serve nemmeno arrivare a un racconto perfetto. Forse basta smettere di forzare una storia che non è mai stata davvero la tua. Forse basta iniziare a guardare il tuo percorso come si guarda un portafoglio vissuto, con dentro cose che hanno reso bene e altre meno, ma che insieme raccontano esattamente come sei arrivato fin qui.

E da lì, di solito, il resto viene da sé. Anche se non subito, anche se non in modo ordinato. Anche se non sai ancora bene come dirlo agli altri.

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