Solo un anno fa, se a un collega, magari un po’ boomer, di quelli che scaldano la sedia nello stesso ruolo da 25 anni e che al lavoro vogliono tutto fuorché avere i cog****i rotti, gli avessi detto “chiedi a ChatGPT”, ti avrebbero subito fatto impiegato dell’anno.
Oggi però, con l’avvento dell’intelligenza artificiale pure per fare due più due, e soprattutto con il boom di questi tool e la AI alla portata di tutti, sfido chiunque a dire che non ne usi almeno uno, una volta giorno (e non fate finta di non farvi riscrivere anche voi le email passivo-aggressive eh…).
Comunque, sia chiaro che io non mi esimo mica dal farlo: sia perché ogni giorno mi ritrovo e come a scrivere email passivo-aggressive, sia perché mi sono inevitabilmente e irreversibilmente impigrito. E quindi sto conducendo questa specie di esperimento sociale in cui voglio testare quanti neuroni posso bruciare nel più breve tempo possibile, delegando a ChatGPT pure il bidè la mattina.
Ed è proprio per questo spirito scientifico che, all’ennesima volta che mi interrogo sul perché faccio il lavoro che faccio e come mai non sia ancora milionario, mi ritrovo a fare a ChatGPT domande dal dubbio carico intellettivo.
Tipo: “ChatGPT, come faccio a fare soldi senza fatica, senza alcuna competenza, in modo passivo, e senza che io faccia nulla?”
Non sta ancora funzionando, ma vi aggiorno qualora arrivassero opzioni da valutare seriamente.
Comunque vabbè, ero in uno di questi miei deliri di onnipotenza pigra, quando un giorno ho deciso di chiedere al nostro amato assistente intelligente l’ennesima domanda idiota:
“ChatGPT, dimmi dei lavori assurdi che esistono, di cui non ho mai sentito parlare, ma che realisticamente una persona potrebbe fare.”
Ed ecco a voi cosa ne è uscito. E badate bene: sono lavori reali, ultra di nicchia, che se siete abbastanza pazzi potete anche provare a trasformare in carriera.
Ah… e prego, non c’è di che.
Food Futurist
So già cosa state pensando, e no: non basta saper ingoiare 200 hot dog interi in 5 minuti né tantomeno essere il re degli All You Can Eat.
Questo lavoro unisce scienza, marketing e creatività. È infatti un professionista dallo stomaco forte che studia e immagina cosa mangeremo tra 10, 20 o 30 anni.
Prima che facciate gli schizzinosi con la faccia inorridita da trogloditi che non hanno idea di che sapore abbia un kebab o un sushi (perché non riuscite ad andare oltre pasta e pizza, convinti che l’Italia sia il Paese con la cucina migliore e che tutti gli altri siano cavernicoli), pensate che l’alimentazione nei millenni è cambiata parecchio. E con la sovrappopolazione e la scarsità di risorse, non potete certo pretendere di mangiare cotolette alla milanese ogni settimana, per sempre.
Sfogo da nazivegano (che non sono) a parte, vi dico che il Food Futurist può lavorare con startup food-tech, aziende agroalimentari o persino governi per sviluppare nuove soluzioni: ebbene sì, lo sto per dire, alghe al posto della carne, insetti come snack proteici, e cibi a impatto zero. È un ruolo di visione ma anche di business: non basta inventare un nuovo prodotto, bisogna capire come venderlo e renderlo culturalmente accettabile.
Skill fondamentali: ricerca di trend e analisi dati, conoscenza nutrizionale, storytelling e marketing.
Emoji Translator
Per chi ha visto Adolescence su Netflix potrebbe non essere del tutto nuovo, ma la realtà è che gli emoticon, esattamente come il linguaggio, cambiano di generazione in generazione.
Se anche voi pensate che il 💯, il 🔝 e quei maledetti avatar che non vi assomigliano per niente (che mia madre continua a mandarmi) siano da boomer sfigati che non hanno ancora capito le “faccine” (e meno male che non ci sono più i trilli di MSN…), allora capite quanto sia importante poter tradurre i nuovi emoji.
Per esempio, la Gen Z usa ⚰️ al posto di 😂 per dire “sto morendo dalle risate”. Ecco, ora lo sapete. E sentitevi vecchi come mi sono sentito io quando l’ho scoperto.
Ma non è solo un discorso generazionale: un 🍆 o un 🍑 non significano la stessa cosa a Milano, a Tokyo o a New York.
Le agenzie di comunicazione, i brand globali e persino le case editrici hanno bisogno di queste figure per evitare gaffe culturali e rendere i messaggi davvero universali.
È un lavoro da ponte culturale nel mondo digitale.
Skill richieste: linguistica, semiotica, sensibilità interculturale e copywriting (ed essere molto giovani o avere figli adolescenti aiuta).
Chief Vibes Officer
Avete anche voi quell’amico a cui chiedete: “ma hai bisogno di drogarti per essere così, o sei così di tuo?”. Ecco, se sì, consigliategli questo ruolo.
Nasce nelle startup americane ma si sta diffondendo anche in Europa. Il Chief Vibes Officer non è HR, non è marketing: è la figura che cura il clima emotivo dell’azienda.
Dalla musica in ufficio alle playlist condivise, dall’organizzare rituali interni fino al creare meme aziendali: il suo compito è mantenere energia e motivazione alte, affinché il luogo di lavoro sia un vero spasso.
In pratica, come l’animatore che ti informa del gioco aperitivo e del corso di acquagym ogni mezz’ora nel villaggio in Sardegna… però in azienda.
Ne avevamo bisogno? Probabilmente no. Ma a quanto pare le aziende hanno capito che la produttività non passa solo da KPI e processi, ma anche dalle vibes quotidiane.
Skill chiave: empatia, capacità di organizzare eventi, creatività, carisma e cultura pop. (No, l’alcol non è incluso nel pacchetto).
Chief Meme Officer
Su questo ammetto che ci sto facendo un pensierino e sì, lo so che sembra una barzelletta, ma giuro che non lo è.
Probabilmente gli stessi capoccioni che hanno inventato il Chief Vibes Officer hanno rubato lo stipendio anche quest’anno segnalando questo ruolo come fondamentale. Tant’è che molte aziende stanno iniziando a nominare figure dedicate solo a creare, curare e diffondere meme strategici.
I meme sono diventati infatti un must in molte campagne marketing: veloci, virali, capaci di far esplodere un brand o un prodotto in poche ore.
Il Chief Meme Officer non fa “satira a caso”: studia la cultura del web, i trend, le community, e li trasforma in campagne virali.
Competenze chiave: ironia, rapidità di esecuzione, conoscenza culturale e competenze di social media.
Cultural Meme Archivist
And last but not least: se c’è chi i meme li crea o li sfrutta per campagne marketing, ci deve essere anche chi li cataloga.
Se i meme sono il linguaggio di oggi, c’è chi li tratta come patrimonio culturale da studiare e conservare. Perché Dante non ci bastava.
Il Cultural Meme Archivist lavora in musei digitali, università o progetti di ricerca per raccogliere, analizzare e dare senso storico ai meme. Della serie: “è un lavoraccio, ma qualcuno deve pur farlo”.
È un lavoro che nasce ora e crescerà, perché i meme non sono più solo “immagini divertenti”, ma strumenti politici, sociali e identitari.
Skill chiave: ricerca, analisi culturale, archivistica digitale e comunicazione (oltre alla voglia di flexare il proprio lavoro a ogni birra con gli amici).
Insomma, grazie ChatGPT, anche oggi hai saputo stupirmi, e spero di aver stupìto anche voi.
Se non fosse questo il caso, allora forse la prossima volta che mi viene da farti domande strane… mi faccio i cavoli miei.
A venerdì prossimo!