Ah… che bella la nostra generazione.
Figli di un periodo di grande ricchezza che, almeno sulla carta, doveva assicurarci una vita prosperosa e agiata, siamo stati invece flagellati da qualsiasi piaga, neanche avessimo rifiutato di liberare il popolo d’Israele dalla schiavitù in Egitto nel 1300 avanti Cristo.
L’11 settembre, la crisi finanziaria del 2008, il Covid-19, la crisi del mercato del lavoro, l’inflazione ai massimi storici, la guerra in Ucraina, conflitti vari, il climate change, la dipendenza da smartphone, il crollo di valori universali, il ritorno delle estreme destre mondiali e persino papi che si sono rotti i maroni pure loro e hanno disertato.
Insomma, se le premesse devono essere queste anche per le prossime generazioni, forse rivaluterei la vasectomia.
Ma come se non bastasse, il progresso ha anche cambiato il nostro modo di vedere il lavoro. Scottati dalla vita di merda che hanno orgogliosamente condotto i nostri genitori, abbiamo detto che mai più avremmo passato una vita a fare lo stesso lavoro fino alla pensione, aspettando il ritiro dalla vita lavorativa con finalmente tempo, soldi… ma in sedia a rotelle.
E quindi ci siamo strenuamente adoperati per capire come lavorare meno, dare più spazio alle nostre famiglie, ai nostri figli e alle nostre passioni, spesso anche inventandoci, o facendo finta di inventarci, lavori pur di non lavorare. Come quel fuffaguru che da Dubai ti spiega come investire i tuoi 30 centesimi in una singola azione che, tra 100 anni, forse ti darà un ritorno del 200%, ma solo se compri il suo corso da 997 euro.
Insomma, grazie all’avvento di Internet come lo conosciamo oggi, la nostra generazione è così tanto bombardata da alternative al classico lavoro che, con tutte queste opzioni, non si ha più chiara una singola direzione. Da una parte è normale, e vi assicuro che anche chi sembra sicuro spesso improvvisa e se la racconta per sembrare figo, ma credo concordiamo tutti sul fatto che oggi, per trovare una direzione nella vita e nel lavoro, serva ascoltarsi meglio.
Eh, bella scoperta, mi direte voi. E ve lo sto dicendo pure senza farvi comprare nessun corso!
Ma oggi il punto è che capire il punto di partenza, o anche semplicemente auto-centrarci sul qui e ora, può essere difficile.
Dobbiamo infatti combattere con le aspettative, nostre e degli altri, e con un sistema che non ci supporta né ci accompagna in una scelta così delicata, perché al liceo si è più concentrati sul farci tradurre lingue morte piuttosto che darci strumenti per capire in cosa siamo bravi e su cosa ci piacerebbe sperimentare.
E quindi proviamoci: come ci auto-orientiamo?
Prima di tutto, forse avrebbe senso utilizzare due degli strumenti più avanzati che solo il grande progresso tecnologico di oggi ci dà la possibilità di usare: carta e penna. Se vi sentite matti, e vi trovate sul water, va bene anche la carta igienica. A quel punto però valutate di mettere il risultato di questo test su una tela e di esporla al MoMA di New York, sia mai che svoltate davvero.
Dicevo: carta e penna.
Tiriamo una linea verticale. Da una parte scriviamo “Cosa mi scarica” e dall’altra “Cosa mi carica”. E badate bene che vale tutto, pure “pulire il culo a mia nonna con l’Alzheimer”, che magari vi scoprite badanti e trovate la felicità per sempre.
L’obiettivo qui è avere nero su bianco quali cose, pure nei momenti di scazzo, sareste ben felici di fare aspettando tempi migliori. Ebbene sì, perché sta tutto qui.
Qualcuno, in qualche video di TEDx da setta del mindset, diceva “scegliete il vostro sacrificio”. In altre parole: quello che sareste disposti a fare anche quando tutto va male e non ci state guadagnando una lira, solo perché vi piace.
E attenzione, non mi riferisco a quella patetica retorica del “fai quello che ti piace e non lavorerai neanche un giorno nella vita”, no. Perché il lavoro, secondo me, deve solo ed esclusivamente darti il carburante per vivere bene. Poi, quello che ti piace fare, lo fai usando quei soldi.
Mi riferisco piuttosto al fatto che nessuno è mai stato sulla cresta dell’onda per sempre, e tutti affrontiamo alti e bassi.
Ecco, il nostro lavoro dovrebbe essere sopportabile anche quando affrontiamo quei bassi. Insomma, dobbiamo cercare la scintilla di curiosità.
E poi potrebbe aiutare, che ne so, pensare a quelle abilità in cui crediamo potremmo essere bravi. Perché è inutile avere il sogno di essere una rockstar se l’unico approccio alla musica che hai avuto nella vita è stato suonare (male) “L’inno alla gioia” col flauto alle medie. Che poi neanche lo pulivi, e avevi così tanta saliva incrostata in quel tubo che per anni hai infestato lo zaino con la puzza del tuo alito.
Altro aspetto fondamentale, che mi sento di citare scomodando il design thinking che tanto piace agli HR in azienda, è provare, osservare e correggere.
Per esempio: hai finalmente trovato un elettrauto amico di tuo padre che ti fa vedere come riparare la centralina della macchina, ma in realtà non fai altro che chiederti se i suoi capelli così oleosi facciano da base per quell’unguento che usa per ingrassare le sospensioni? Bene, allora forse dovresti provare a fare lo shampista.
Oppure hai provato a fare la guida turistica al Colosseo, ma tieni le tue spiegazioni mandando continue frecciatine ai turisti, alludendo in modo provocatorio al fatto che provengano da posti di merda perché “l’Italia è l’unica civiltà sviluppata”? Ecco, allora forse dovresti scrivere su Libero.
Insomma, si tratta di capire “semplicemente” cosa potremmo sopportare di fare. E se siamo fortunati abbastanza, ma questo arriva solo con la sperimentazione, riusciamo pure a non prendere uno Xanax il lunedì mattina per combattere gli attacchi di panico.
Ultimo ma non ultimo, e questo è già sicuramente un mantra per voi, curiosi DOC, è restare flessibili.
Eh sì, perché una volta trovati i vari pezzi bisogna mettere insieme il puzzle che, seppur un po’ sgangherato, ci dirà meglio chi siamo, cosa saremmo bravi a fare, cosa ci fa stare bene e cosa invece detestiamo.
Questo tipo di orientamento non dovrebbe finire mai, perché siamo noi stessi a cambiare: affrontiamo fasi diverse della vita, cambiamo ambizioni, obiettivi e aspettative. E coltiviamo quell’insano bisogno di sabotarci ogni volta, che ci spinge a ricominciare.
Insomma, dobbiamo sforzarci di allenare il muscolo della sperimentazione.
E quindi, sperando di non essere stato troppo da setta del mindset, pure io voglio lasciarvi con una massima che vada bene sia per LinkedIn che per una locandina da life coach:
“Non serve sapere chi vuoi essere, ma serve solo la curiosità di scoprirlo pezzo per pezzo.”
Bella, eh? Ora provo a farci un corso da 997 euro.
A venerdì prossimo!