Non è che uno si alza una mattina e decide di diventare chef stellato. Non funziona così. Anzi spesso funziona al contrario. La storia di Fabio Verrelli D’Amico è una di quelle che, se la guardi bene, non ha niente di lineare, niente di programmato, niente che assomigli a un piano di carriera. È una storia fatta di scarti, di tempi lunghi, di scelte che mentre le fai non sembrano particolarmente intelligenti: solo necessarie.

Fabio non è cresciuto con l’idea di diventare cuoco. Non arriva da quel tipo di racconto che oggi funziona bene, quello del talento precoce, del bambino che sapeva già cosa sarebbe diventato. Il suo percorso non inizia nelle capitali culinarie, nessuna scuola super-costosa di Dubai, né tantomeno da una cucina pluripremiata di qualche famoso chef. Ma inizia altrove, lontano dalle cucine e dai riflettori, in un ambito economico, con studi che hanno una direzione chiara e socialmente riconoscibile. Un percorso che, visto da fuori, aveva senso. E che proprio per questo non poneva troppe domande.

Pontinia, il paese dell’Agro Pontino in cui è cresciuto, non è il tipo di luogo che ti suggerisce grandi deviazioni. È un posto che ti insegna il valore del lavoro, della concretezza, della continuità. Non è un contesto che spinge a reinventarsi, ma piuttosto a trovare una collocazione stabile. Ed è forse proprio questo che rende più interessante il suo percorso: la deviazione non nasce da un rifiuto, ma da una progressiva voglia di fare quello che si ama davvero.

La cucina entra come entrano le cose importanti nella vita di molti: prima di lato, poi sempre più spesso, poi con una presenza che non puoi più ignorare. Non come fuga, non come sogno romantico, ma come qualcosa che ti accorgi di prendere più sul serio di tutto il resto. A un certo punto diventa evidente che continuare sulla strada “giusta” sarebbe stato più semplice, ma meno vero. E scegliere di cambiare non è un gesto spettacolare, ma una frizione costante con quello che gli altri si aspettano da te.

Il punto non è solo cambiare direzione. Il punto è come lo fai. Fabio non sceglie la via più ovvia nemmeno quando decide di dedicarsi alla cucina. Non va in una Milano, dove il sistema gastronomico è già strutturato, perché non cerca il contesto che amplifica: non prova a inserirsi in una narrazione già pronta. Fa una scelta che dall’esterno sembra quasi un passo indietro: torna a casa. Apre il suo ristorante proprio lì, nel luogo da cui viene.

È una scelta che pesa più di quanto sembri, perché tornare significa lavorare sotto lo sguardo di chi ti conosce da sempre. Significa non poterti nascondere dietro un personaggio nuovo. Significa costruire qualcosa sapendo che, per molto tempo, non verrà letto come “ambizioso”, ma come laterale, forse persino come un azzardo. È il tipo di decisione che non puoi giustificare bene mentre la stai facendo, ma devi farlo e basta.

Oggi Fabio è chef stellato perché la sua cucina è stata riconosciuta dalla Guida Michelin, e la prima stella è arrivata, pensate un po’ nel 2022. Ma raccontata così, la storia sembra improvvisamente lineare, quasi inevitabile. In realtà, per anni non c’era nessuna promessa che sarebbe finita in quel modo. Materiaprima non nasce per vincere premi, nasce per funzionare, per reggere nel tempo, per essere coerente con un’idea di lavoro che non separa ciò che fai da dove e cosa sei.

“La stella Michelin è questione di radici”, ha detto Fabio. E detta così potrebbe sembrare una frase fatta. Ma diventa interessante se la leggi alla luce del suo percorso. Perché quelle radici non sono un racconto costruito dopo, sono il motivo per cui ha scelto di restare quando restare non sembrava conveniente. La stella arriva come riconoscimento di qualcosa che esisteva già, non come legittimazione di una scelta rischiosa.

C’è un episodio che racconta bene questa dinamica. Durante la settimana in cui si aspettava l’esito delle visite Michelin, non arrivava nulla. Nessuna chiamata, nessun segnale. Il venerdì mattina Fabio era in macchina per andare a ritirare della farina, una di quelle cose ordinarie che continuano anche quando stai aspettando qualcosa di enorme. Squilla un numero anonimo. È la Guida Michelin. Lui frena, accosta, si ferma con le quattro frecce e si mette a piangere, mentre le macchine dietro suonano. Non è un momento da film. È un momento che mescola tutto: lavoro quotidiano, attesa, incredulità, sollievo.

E quella stella, a quel punto, non cambia il senso del percorso. Lo rende visibile. Arriva dopo anni di lavoro legato alle stagioni, alla terra, alle persone, arriva dopo una serie di scelte che, prese singolarmente, non promettevano nulla di straordinario. Arriva perché il percorso era già lì, solido, anche se poco raccontabile.

La cucina di Materiaprima riflette esattamente questo modo di stare nelle cose. Non è un esercizio di stile, non è un inseguimento delle mode, ma un dialogo costante con il territorio, con ciò che c’è, con quello che spesso viene dato per scontato. È una cucina che nasce dall’abitare un luogo, non dal rappresentarlo, e questo è coerente con tutto il resto.

Per questo la storia di Fabio non funziona come esempio da seguire, ma come esempio da osservare. Non è la prova che “seguendo la passione ce la fai”. È la dimostrazione che alcune scelte hanno senso anche quando non producono subito una narrazione vincente. Che esistono percorsi che non diventano interessanti finché non li guardi da abbastanza lontano.

Oggi sappiamo come è andata a finire. Ma per molto tempo, quella strada non sembrava portare da nessuna parte di evidente. Ed è proprio lì che sta la parte più vera della sua storia.

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