Ci sono storie che quando provi a raccontarle in ordine cronologico iniziano subito a fare resistenza, perché se metti in fila i passaggi sembrano quasi appartenere a persone diverse e non a una sola. Eddie Huang è uno di quei casi. Se cerchi di riassumere la sua traiettoria in poche parole esce fuori qualcosa che suona quasi assurdo: avvocato, poi chef, poi scrittore, poi volto televisivo, poi regista. Un elenco che sulla carta sembra il curriculum di qualcuno che ha cambiato strada troppe volte, quando in realtà la sensazione, guardandolo più da vicino, è che il filo della storia non sia mai stato il mestiere che faceva ma la voce con cui raccontava il mondo.
Oggi Huang è conosciuto soprattutto come autore e storyteller, soprattutto dopo il successo del suo memoir Fresh Off the Boat, che negli Stati Uniti è diventato prima un libro molto letto e poi una serie televisiva capace di portare per la prima volta nel mainstream la storia di una famiglia asiatica americana senza trasformarla in una caricatura. Ma se provi a capire come è arrivato fino a lì ti accorgi che il percorso non assomiglia affatto a quello che normalmente immaginiamo quando pensiamo a una carriera.
Huang nasce a Washington ma cresce a Orlando, Florida, in una famiglia di immigrati taiwanesi, e il contesto in cui si forma è quello abbastanza classico per molti figli di immigrati: studiare bene, scegliere una strada solida, costruirsi una posizione rispettabile. Eddie prende quella direzione senza troppe deviazioni all’inizio, studia, entra in un buon college, poi alla Cardozo School of Law a New York, diventa avvocato e finisce nel mondo della corporate law, che è esattamente il tipo di lavoro che rende una biografia immediatamente comprensibile a chiunque la guardi dall’esterno.
Poi però arriva il 2008, la crisi finanziaria, gli studi legali iniziano a ridurre il personale e Huang si ritrova improvvisamente senza lavoro. Non è uno di quei momenti che nelle biografie vengono raccontati come un’illuminazione improvvisa su cosa fare della propria vita, perché in realtà succede qualcosa di molto più ordinario e molto più umano: una strada che sembrava sicura smette semplicemente di esserlo e bisogna inventarsi qualcosa.
Quel qualcosa diventa BaoHaus, un piccolo locale nel Lower East Side di New York dove Huang inizia a servire panini taiwanesi al vapore, un posto che fin dall’inizio ha più l’aria di un esperimento culturale che di un ristorante tradizionale, con musica hip-hop nelle casse e un’atmosfera che sembra uscita da una scena underground più che da una guida gastronomica.
BaoHaus funziona, ma non solo per il cibo. Huang inizia a scrivere moltissimo, blog, articoli, pezzi lunghi e personali su identità asiatica americana, cultura hip-hop, immigrazione, classe sociale, e il ristorante diventa quasi un punto di osservazione da cui raccontare tutte queste cose insieme. Non è il classico chef che parla di ingredienti o di tecniche, è qualcuno che usa il cibo come linguaggio per parlare di identità e appartenenza.
È in quel periodo che prende forma la sua voce pubblica, una voce molto diversa da quella a cui il pubblico americano era abituato, perché Huang scrive con un tono diretto, ironico, a tratti provocatorio, mescolando cultura pop, politica e autobiografia con una libertà che all’epoca non era ancora così comune.
Poi arriva il libro. Fresh Off the Boat esce nel 2013 ed è un memoir che racconta la sua infanzia, la sua famiglia, la scuola, la pressione delle aspettative, il razzismo quotidiano, il tentativo di trovare un posto dentro una società che spesso ti chiede di scegliere una sola identità quando invece la tua esperienza è fatta di molte cose insieme. Il libro diventa un caso editoriale e da lì nasce la serie televisiva prodotta da ABC, che per diversi anni sarà una delle poche sitcom mainstream a raccontare la vita di una famiglia asiatica americana.
La cosa interessante è che Huang non si è mai riconosciuto completamente nella versione televisiva della sua storia. La serie ha smussato alcuni spigoli, ha reso il racconto più adatto a un pubblico generalista, e lui non ha mai fatto finta che non fosse così, continuando a dire nelle interviste che la sua versione delle cose è più complessa, più ruvida, meno accomodante.
Negli anni successivi Huang continua a muoversi tra contesti diversi, scrive, fa televisione, gira documentari, e a un certo punto decide anche di dirigere un film, Boogie, ambientato nel mondo del basket liceale e nella comunità asiatica americana. Ancora una volta cambia linguaggio, cambia formato, cambia pubblico.
Se guardi tutto questo dall’esterno la sensazione potrebbe essere quella di una carriera che cambia continuamente direzione, ma se provi a seguirla con un po’ più di attenzione ti accorgi che in realtà la traiettoria è sempre rimasta coerente intorno agli stessi temi: identità, cultura, appartenenza, il rapporto tra le aspettative degli altri e la vita che uno decide di costruire per sé.
La laurea in legge non è stata una parentesi inutile anche se Huang non ha continuato a fare l’avvocato, il ristorante non è stato un errore solo perché poi ha iniziato a scrivere, la televisione non è stata una distrazione dalla sua voce. Ogni fase gli ha dato uno strumento diverso per raccontare le stesse tensioni.
Ed è forse per questo che la sua storia funziona così bene dentro Piovre, perché non è la storia ordinata di qualcuno che ha trovato subito il suo posto nel mondo e lo ha occupato senza mai deviare, ma quella molto più riconoscibile di una persona che ha attraversato contesti diversi prima di capire cosa voleva davvero dire.
Guardandola oggi sembra quasi inevitabile, come se tutte quelle deviazioni avessero sempre portato lì, ma quando vivi un percorso del genere non c’è mai la sensazione di stare seguendo una traiettoria perfettamente leggibile, c’è piuttosto l’impressione di stare provando cose diverse finché qualcosa non inizia a somigliare davvero a te.
Ed è forse questo che rende Eddie Huang una Piovra così interessante: non tanto i lavori che ha fatto, ma la libertà con cui ha continuato a cambiare forma senza lasciare che una sola etichetta diventasse troppo stretta.