In questo numero di Piovre raccontiamo la storia di una “maratona”, di una corsa durata a lungo, prima di intravedere il traguardo che è stato finalmente raggiunto, un percorso fatto di tentativi e di cadute che, viste oggi, sembrano pezzi di un puzzle che si incastra alla perfezione. Quella di Alberto infatti non è la storia di chi “ha trovato la sua strada” da subito, ma di chi ha perseguito la propria passione, spinto da motivazioni diverse nelle varie fasi che stava attraversando, ma che di sicuro gli hanno insegnato a resistere e a rialzarsi, anche mentre inciampava.
È la storia di una persona che ha cambiato ambienti, mondi, colleghi, ritmi e identità lavorative, fino a trovarsi oggi, a lavorare nell’archivio storico di una grande multinazionale.

Tentacoli: Alberto, partiamo da lontano. Com’era il te diciottenne che doveva scegliere cosa fare della sua vita?

Alberto: Beh direi…incuriosito e abbastanza ingenuo, o come dico spesso, “una biancaneve”. Al liceo mi piacevano le materie umanistiche, e infatti il mio primo test finite le superiori è stato per Psicologia criminale (fallito miseramente). Poi mi sono iscritto a Storia dell’Arte, convinto che sarei finito a scrivere di artisti, a fare il critico d’arte, a viaggiare per mostre e a vivere di bellezza. Non avevo ancora capito che tra il mondo dell’università e quello del lavoro reale c’è un gap gigantesto, che mi ha destabilizzato all’inizio, e che mi ha anche disincantato.

Tentacoli: Dicci di più. Quando hai capito che non era come te l’eri immaginato?

Alberto: Subito dopo la laurea. Vivevo a Milano, all’epoca avevo un amico che lavorava in una cooperativa e mi propose un lavoretto in un ufficio a Pavia, giusto per capire “com’è il mondo del lavoro”. Io accettai, solo per curiosità. Uscivo dagli studi che avevo una vita sregolata, e sentivo di aver bisogno di una routine lavorativa, oltre che a capire davvero cosa voleva dire lavorare. Era una cooperativa che reinseriva nella società ex carcerati ed ex tossicodipendenti. Nobile, certo, ma non avevo idea di cosa stessi per fare. Mi ritrovai a gestire contabilità e amministrazione. Nulla a che vedere con la storia dell’arte quindi. L’ambiente non era male, ma avevo la sensazione costante di essere circondato da persone molto stanche e rassegnate. Ero entrato per capire il lavoro, e mi sono ritrovato a chiedermi cosa ci facessi lì.

Tentacoli: E quanto è durata quella fase?

Alberto: Un anno e mezzo. Poi un giorno ho fatto un errore: ho sbagliato il bonifico per pagare gli operai, e quindi il loro pagamento mensile era stato ritardato. Me ne accorsi solo perché pochi giorni dopo, questi operai erano venuti a cercarmi in ufficio, veramente arrabbiati! Certo non era un dramma, ma per me fu la goccia. Da lì in poi ho mentalmente mollato, pur restando fisicamente in ufficio. Era una forma di burnout precoce, credo (ride). Però ero così giovane e sottopagato che né i colleghi, né i miei capi si permisero di dirmi nulla. Ero poco più che una mascotte, lì dentro, e quindi facevano il tifo per me, affinché me ne andassi o trovassi qualcosa di più attinente ai miei studi.

Tentacoli: E a un certo punto arriva un piccolo segnale, giusto?

Alberto: Sì: sempre tramite un amico, mi viene proposto di lavorare in una galleria d’arte a Milano, quindi più vicino a casa, e per me è stata quasi una svolta “romantica”, anche se un po’ tragicomica… Infatti, queste due ragazze milanesi all’epoca avevano rilevato una galleria storica in centro, e cercavano qualcuno al front office. Mi proposero di occuparmi dell’accoglienza e della promozione degli artisti. Io accettai subito, anche se non mi pagavano, sai per imparare sia per avvicinarmi al mio sogno di lavorare con l’arte. E quindi iniziai, parallelamente all’altro lavoro. La mattina ero lì dalle 9 alle 13, poi prendevo la macchina, mangiando al volo un panino mentre guidavo, e correvo a Pavia per il mio altro lavoro alla cooperativa. Dopo un mese però, quando ho chiesto almeno un rimborso spese, mi dissero di no. E lì ho iniziato a capire che l’amore per l’arte, senza dignità, non paga le bollette.

Tentacoli: E che succede a quel punto?

Alberto: Succede che alla cooperativa iniziava a peggiorare, e quindi, quando mi chiesero l’ennesimo sforzo aggiungendo un’altra mansione al mio lavoro, ho detto basta e mi sono licenziato. Che poi ti ripeto, non avevo neanche delle vere responsabilità definite.

Tentacoli: Hai fatto bene: inoltre non stavi imparando niente, era più la spesa che l’impresa… E quindi a questo punto, che hai fatto?

Alberto: Poco dopo, terminata anche l’esperienza in galleria d’arte, ho avuto finalmente delle esperienze come guida: nei vari musei di Milano, come a Palazzo Reale, Museo del Novecento, Villa Necchi Campiglio, e Gallerie d’Italia, solo per citarne alcuni, fino ad approdare alla Villa Reale di Monza, un posto meraviglioso: era un palazzo di fine ’700, diventata poi la dimora storica di Umberto I e Margherita di Savoia, che usavano come residenza estiva. Mi ci sono trovato subito bene, mi sentivo di stare nel posto giusto. Ero molto bravo e mi piaceva, anzi, andavo talmente bene che la mia responsabile mi propose, a un certo punto, di entrare nel comitato scientifico per l’organizzazione delle mostre. Accettai, ma quello che non sapevo era che avevo addirittura dei soldi extra a fine mese, semplicemente per dire come la pensavo! Mi sembrava un sogno.

Tentacoli: Un grande traguardo, direi, e avevi finalmente l’opportunità di stare a contatto con l’arte!

Alberto: Vero, se non che arriva il Covid. Quindi marzo 2020, chiusura totale. E anche il museo si ferma: la società privata che lo gestiva si tira indietro, ne arriva una nuova che non aveva la minima idea di cosa significasse gestire un museo. In quel caos, con alcuni colleghi ci siamo iscritti al sindacato per tutelarci. Ma non è servito, perché nel giro di poco, il team museale è stato dimezzato. La nuova cooperativa voleva solo “guarda sale”, non guide, non contenuti, solo presenza fisica.

Tentacoli: E a quel punto cosa succede?

Alberto: Succede che avevo bisogno di staccare temporaneamente, quindi ne approfitto della chiusura temporanea della Villa e mi prendo del tempo con la mia famiglia. Torno nel luglio successivo e trovo la stessa situazione: contratti assurdi, stipendi ridicoli. In quel periodo, però, la mia compagna riceve un’offerta di lavoro in Germania…

Tentacoli: Ah! Che plot twist! E come l’hai presa?

Alberto: Eh…lì ho avuto paura, tanta. Mi è mancato il terreno sotto i piedi, sarei dovuto uscire dalla mia zona comfort, lasciare la mia famiglia e i miei colleghi i quali, sebbene il lavoro non fosse il top, sono quelli che ancora oggi posso dire mi sono rimasti nel cuore. Non sapevo se avrei trovato qualcosa, se mi sarei sentito di nuovo utile, se avrei deluso qualcuno partendo, o restando. Ma sentivo che era il momento di spingere lei, di crederci insieme. E la verità è che non potevo più restare, non avevo dei motivi che potessero battere l’amore per la mia famiglia.

Tentacoli: Hai ragione, e il presente ci dice che è andata meglio così! E come sei finito a fare il tuo attuale lavoro?

Alberto: Beh prima di tutto una volta trasferiti in Germania non ho lavorato per quasi 2 anni, anni in cui i dilemmi erano tanti, ma almeno ho studiato e approfondito il tedesco. A un certo punto però, vengo a sapere che in una multinazionale nella stessa città dove ci eravamo trasferiti cercavano qualcuno nell’archivio storico. Quindi mi propongo per un colloquio per quel ruolo e…è andata bene! Ci ero andato convinto di avere basse probabilità di essere assunto, invece non solo mi prendono, ma mi chiedono addirittura quanto volevo essere pagato! (ride). Ero stato un “cane da canile”: abituato per anni alle durezze del mio lavoro precedente, adesso avevo veramente una grande opportunità. Mi sento davvero grato di quello che sono riuscito ad ottenere oggi.

Tentacoli: Ci credo…e hai mai avuto la sindrome dell’impostore?

Alberto: Sinceramente no. Le mie preoccupazioni erano altre: volevo essere all’altezza, volevo lavorare bene, e poi volevo che le persone attorno a me capissero quanto fossi felice e grato ad essere là, a lavorare con loro in quel posto. Non pensavo di non meritarlo, pensavo di più a lavorare bene. Perché per la prima volta mi trovavo in un posto dove il mio lavoro non solo veniva riconosciuto, ma avevo un capo che credeva in me, e che mi aveva dato fiducia, forse vedendo più di quanto in realtà mi riconoscevo io stesso. E oggi mi impegno davvero, cerco di lavorare sempre al meglio, mettendo lo stesso impegno in una task per uno stagista o per un vicepresident. Non perché voglia dimostrare qualcosa, ma perché sento che gli altri lo meritano. E credo che questa sia la vera differenza tra un lavoro qualsiasi e un posto che ti fa crescere.

Tentacoli: E ti manca il museo?

Alberto: Alcune cose tantissimo, come lavorare nella bellezza, a contatto con l’inestimabile patrimonio del mio Paese. In fondo, ai musei devo molto: quelli sono stati anni in cui ho imparato la parte più difficile del lavoro: resistere e persistere. Ma non tornerei indietro, quel tempo è passato. Perché oggi, quando entro in archivio, respiro ordine, ascolto silenzio e penso che tutta quella confusione mi è servita per arrivare lì. E penso di meritarlo proprio perché prima ho imparato cosa vuol dire stare male.

Tentacoli: Hai ragione e posso capire come ti senta tu oggi, e complimenti per il percorso! Ultima domanda: se dovessi dare un titolo alla tua storia, quale sarebbe?

Alberto: Eh bella domanda…forse direi “L’errore che mi serviva”…riferendomi a quel famoso bonifico sbagliato che a momenti mi costava il collo spezzato (ride). A parte gli scherzi, credo che nella vita abbiamo spesso bisogno di bassi, per rialzarci e apprezzare gli alti. Questo è quello che il mio percorso mi ha insegnato.

Tentacoli: Un bellissimo messaggio, che spero dica molto anche a chi ci leggerà. Grazie Alberto, e in bocca al lupo!

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