Trovare lavoro oggi è diventato una cosa strana, perché la narrativa ufficiale è sempre la stessa, “c’è domanda, ci sono opportunità, bisogna sapersi muovere”, ma poi quando sei dall’altra parte ti accorgi che la realtà è molto meno lineare, mandi candidature e non succede niente, oppure ricevi risposte automatiche che sembrano scritte da qualcuno che non ha mai letto davvero il tuo profilo, e dopo un po’ inizi a dubitare non tanto delle tue competenze ma del fatto che qualcuno le abbia anche solo viste.

Il punto è che il processo si è trasformato in qualcosa di più tecnico e meno visibile, nel senso che prima esisteva un contatto diretto, anche minimo, oggi invece c’è uno strato intermedio che filtra tutto, e questo strato non ragiona come una persona, non capisce le sfumature, non coglie le traiettorie strane, cerca corrispondenze, pattern, segnali riconoscibili, e quindi il problema non è solo essere un buon candidato, ma essere leggibile da un sistema che decide se meriti di passare allo step successivo.

In questo contesto l’AI può essere una scorciatoia o una leva, e la differenza sta tutta in come la usi, perché se la usi per fare quello che fanno tutti, cioè generare CV perfetti, cover letter impeccabili, risposte pulite, rischi di finire esattamente nello stesso punto degli altri, cioè dentro un flusso di candidati che sembrano tutti uguali, scritti con la stessa struttura, lo stesso tono, le stesse parole chiave, e quindi paradossalmente ancora più difficili da distinguere.

Se invece la usi per capire il sistema invece che per adattarti superficialmente al sistema, cambia tutto.

Per esempio, una cosa che quasi nessuno fa è usare l’AI per capire che tipo di candidato verrà fuori “in massa” per quella posizione, perché se prendi una job description e chiedi all’AI di generare il CV ideale, quello perfetto, quello che risponde esattamente a tutto, quello che sembra scritto per essere approvato, quello che ottieni è una fotografia abbastanza precisa di quello che arriverà in quantità enorme a quell’azienda, cioè profili ordinati, coerenti, lineari, perfettamente aderenti all’annuncio.

E lì dentro c’è già una prima informazione utile, perché capisci dove si crea la saturazione, capisci cosa vedranno cento volte prima di arrivare a te, e quindi puoi iniziare a ragionare su come restare dentro il perimetro senza diventare indistinguibile, non facendo il creativo a caso ma scegliendo cosa rendere più concreto, cosa raccontare meglio, dove inserire un dettaglio reale che rompe la standardizzazione.

Un altro uso molto più interessante dell’AI è quello di leggere tra le righe delle aziende, perché ogni job description è molto più di una lista di responsabilità, è una specie di sintesi involontaria dei problemi che quel team sta vivendo in quel momento, e se la analizzi con un minimo di distanza inizi a vedere cose che non sono scritte ma che sono abbastanza evidenti.

Se cercano qualcuno “capace di lavorare in ambienti dinamici”, spesso significa che l’ambiente è caotico.
Se cercano qualcuno “fortemente autonomo”, spesso significa che il supporto è limitato.
Se parlano tanto di “allineamento cross-funzionale”, spesso significa che i team non si parlano bene.

Usare l’AI per farti aiutare a esplicitare queste cose ti porta a un livello diverso, perché quando arrivi a un colloquio non sei più uno che risponde alle domande, sei uno che ha già iniziato a leggere il contesto, e questo cambia completamente la qualità della conversazione, perché dall’altra parte si accorgono subito che non stai semplicemente cercando un lavoro, stai cercando di capire un problema.

Poi c’è una parte ancora più scomoda ma molto utile, che è usare l’AI per smontare il tuo stesso profilo, perché uno dei limiti più grandi quando ci candidiamo è che abbiamo una versione di noi stessi che funziona nella nostra testa ma non regge quando viene osservata da fuori, e finché nessuno ti mette davvero sotto pressione quella versione sembra anche coerente.

Se invece prendi la tua esperienza e chiedi all’AI di analizzarla come farebbe qualcuno che non ti conosce, inizi a vedere dove non sei chiaro, dove sembri generico, dove non si capisce bene cosa hai fatto davvero e cosa no, dove stai usando parole che suonano bene ma non raccontano nulla di concreto, e queste sono esattamente le zone in cui poi inciampi durante un colloquio, quando ti fanno una domanda semplice e ti accorgi che non hai una risposta altrettanto semplice.

Un altro passaggio che secondo me è molto sottovalutato è allenarsi a cambiare prospettiva, perché spesso prepariamo le risposte pensando che esista un modo giusto per raccontare le cose, quando in realtà la stessa esperienza deve essere raccontata in modo diverso a seconda di chi hai davanti, e qui l’AI può essere utile per simulare contesti diversi, non tanto per prevedere le domande ma per allenarti a spiegare le stesse cose in modi diversi, più tecnici, più sintetici, più orientati al business, più concreti.

Perché uno degli errori più frequenti è avere una sola versione del proprio racconto, che magari funziona in un contesto e fallisce completamente in un altro.

E poi c’è un ultimo uso che sembra controintuitivo ma che secondo me è uno dei più intelligenti, ed è usare l’AI non per candidarti meglio, ma per capire dove non candidarti, perché in un mercato così saturo il tempo diventa una risorsa enorme, e continuare a mandare candidature su posizioni dove non sei credibile o dove il fit è troppo distante non solo non ti porta risultati, ma abbassa anche la qualità di tutto il processo.

Se chiedi all’AI una valutazione fredda, senza filtri, su quanto il tuo profilo è allineato a una posizione, non per sentirti dire che sei bravo ma per capire dove sei corto davvero, spesso ottieni un livello di onestà che è difficile avere da soli, e questo ti permette di fare una cosa molto più strategica, cioè scegliere meglio dove investire energia.

Alla fine il punto non è usare l’AI per sembrare più preparati, perché quello ormai lo fanno tutti, il punto è usarla per vedere cose che da soli non vedresti, per leggere il sistema invece di subirlo, per ridurre quella distanza invisibile che oggi esiste tra te e chi decide.

Perché il problema non è solo trovare lavoro, ma è arrivare al momento in cui qualcuno ti ascolta davvero.

E oggi, più che mai, quel momento non è scontato.

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