Quando hai diciotto anni succede una cosa curiosa che da adulti smettiamo quasi di notare, cioè che ti chiedono di prendere una decisione enorme con una quantità di informazioni ridicola, come se fosse perfettamente ragionevole scegliere cosa studiare, e quindi indirettamente che tipo di traiettoria professionale iniziare, quando in realtà non hai mai visto davvero come funziona il lavoro nel mondo reale, non hai incontrato quasi nessuna professione da vicino, e l’idea che hai di molti mestieri è costruita più su racconti, film, aspettative familiari o status sociale che su un’esperienza concreta di cosa significhi farli tutti i giorni.

Con la testa che ho oggi mi è abbastanza chiaro che il primo errore mentale che facciamo a quell’età è pensare che scegliere cosa studiare equivalga a scegliere che lavoro faremo, come se esistesse una linea diretta tra una facoltà e una professione precisa, quando in realtà la maggior parte delle persone dopo qualche anno scopre che quella linea è molto più sfumata, piena di deviazioni, incroci e cambi di direzione, e che spesso la laurea diventa semplicemente il primo linguaggio che impari per leggere il mondo, non la definizione permanente di quello che diventerai.

Se tornassi indietro con la testa che ho oggi quindi cambierei proprio la domanda iniziale, perché invece di chiedermi che lavoro voglio fare inizierei a chiedermi quali strumenti mentali voglio imparare nei prossimi anni, quali modi di pensare mi piacerebbe allenare, quali problemi mi incuriosiscono abbastanza da passarci sopra ore senza sentire troppo il peso dello sforzo, perché studiare economia significa imparare a capire come funzionano le organizzazioni e gli incentivi, studiare ingegneria significa allenarsi a scomporre problemi complessi e trovare soluzioni strutturate, studiare filosofia significa imparare a pensare in modo rigoroso e a mettere in discussione le idee, studiare design significa osservare come le persone interagiscono con il mondo che le circonda, e se guardi gli studi in questo modo diventano meno una scelta definitiva e più una cassetta degli attrezzi che ti porti dietro per il resto della vita.

C’è però un’altra cosa che farei molto più seriamente di quanto facessi a diciotto anni, ed è guardare indietro invece che solo avanti, perché una delle tracce più interessanti di ciò che potremmo amare fare da adulti si trova spesso nei giochi e nelle ossessioni che avevamo da bambini, quando non c’erano ancora aspettative, status sociale o paura di sbagliare, quando facevamo alcune cose semplicemente perché ci venivano naturali.

Se ci pensi bene molti segnali sono già lì, magari passavi ore a smontare oggetti per capire come funzionavano, oppure inventavi storie, disegnavi, organizzavi giochi con gli altri bambini, costruivi cose con le mani, facevi domande infinite su come funzionava il mondo, e tutte queste inclinazioni nascono in una fase della vita in cui non c’è nessun motivo strategico per farle, non stai costruendo un curriculum, non stai pensando allo stipendio, stai semplicemente seguendo una curiosità spontanea che ti porta verso certe attività più che verso altre.

Quella traccia spesso resta anche dopo, solo che viene coperta da anni di aspettative esterne e di ragionamenti molto più pragmatici su cosa “conviene” fare, ma se provi a ricordarti cosa ti assorbiva davvero quando eri piccolo a volte scopri qualcosa di interessante su come funziona la tua testa, su cosa ti viene naturale fare per ore senza sentirti svuotato.

Un’altra cosa che a diciotto anni tendiamo a ignorare è il peso delle relazioni affettive nelle nostre scelte, perché molte inclinazioni nascono anche da momenti molto concreti della nostra infanzia, da ricordi che magari non abbiamo mai collegato direttamente a una scelta professionale ma che continuano a esercitare una specie di forza silenziosa, come chi sceglie di lavorare con il legno perché da piccolo passava i pomeriggi in garage con il padre, o chi finisce per fare un lavoro legato ai viaggi perché la memoria più felice dell’infanzia è stare in macchina con la famiglia verso posti nuovi, e non è una cosa romantica nel senso superficiale del termine, è semplicemente il modo in cui la nostra identità si costruisce, intrecciando interessi e affetti.

Poi c’è un’altra trappola mentale che a diciotto anni è molto potente, ed è l’innamoramento per il mestiere visto da fuori, per l’immagine che abbiamo di una professione più che per la sostanza quotidiana di quella professione, e questo succede continuamente perché alcuni lavori hanno un’aura molto forte, il pilota, il medico, il cantante, il regista, il giornalista, tutte professioni che raccontate da fuori hanno un fascino enorme, ma spesso quell’immagine è costruita intorno agli effetti collaterali del lavoro, non alla realtà del lavoro.

Per fare il pilota, per esempio, molti immaginano i viaggi, l’adrenalina, lo status, quando in realtà la vita quotidiana di chi corre è fatta di ore infinite passate in officina, di prove, di odore di benzina, di mani sporche di grasso, di una quantità enorme di lavoro tecnico e ripetitivo che devi amare davvero per reggere il ritmo, perché se la parte che ti affascina è la cena dopo la gara e non il tempo passato a lavorare sul motore probabilmente non durerai molto.

Lo stesso vale per una quantità enorme di professioni che viste da lontano sembrano brillanti e poi, quando ti avvicini, si rivelano fatte di sacrifici molto specifici che solo chi ha una vera inclinazione riesce ad accettare con naturalezza, e per questo motivo se tornassi indietro cercherei di capire molto di più in cosa consiste davvero il lavoro quotidiano di una professione prima di innamorarmi della sua immagine, perché una cosa è voler essere un medico, un’altra è voler passare anni a studiare anatomia, fare turni massacranti, gestire la sofferenza delle persone e prendere decisioni difficili ogni giorno.

In altre parole cercherei di capire quali sacrifici sono disposto a fare con una certa serenità, perché la passione spesso si riconosce proprio lì, nel fatto che alcune fatiche ci sembrano sopportabili o addirittura interessanti mentre altre ci svuotano completamente.

Se metti insieme tutte queste cose — gli strumenti mentali che vuoi sviluppare, le inclinazioni che avevi da bambino, i ricordi affettivi che ti hanno formato, la realtà concreta dei lavori e i sacrifici che comportano — la scelta degli studi a diciotto anni smette di sembrare una specie di salto nel vuoto e diventa un primo tentativo di allineamento tra quello che sei e il mondo che vuoi esplorare.

E soprattutto diventa meno drammatica, perché capisci che non stai decidendo tutta la tua vita ma semplicemente il primo capitolo di un percorso che probabilmente cambierà forma molte volte, come succede a quasi tutte le storie interessanti.

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